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    Movente, filmati, testimoni e confessione per l’omicidio Tango. Disposte ulteriori indagini

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    Non si fermeranno alla confessione di Leonardo Dimmito le indagini sull’omicidio di Stefano Tango, il 46enne ucciso lo scorso 24 agosto in via Luogosanto. A dirlo è il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Foggia Domenico Zeno nell’ordinanza cautelare con cui da una parte ha convalidato il fermo e lasciato in cella l’indagato come chiedeva la Procura, e dall’altra indicato i temi d’indagine ulteriore.

    «Vi sono alcuni dati che devono essere chiariti e che l’indagato non ha confessato. In par- ticolare si tratta – scrive il giudice Zeno – della richiesta di interrompere le riprese delle te- lecamere che Dimmito ha fatto» ad una commerciante poco prima dell’omicidio. «C’è la necessità di ascoltare» i responsabili di una ditta del Barese alla quale Dimmito chiedeva di lavorare «per accertare i rapporti esistente tra loro, Tango e Dimmito. Sono dati necessari per accertare il movente dell’omicidio e l’eventuale assenza di collegamenti con realtà del crimine organizzato nell’imposizione al datore di lavoro dei camionisti che devono effettuare i trasporti».

    Per Zeno è quindi «assolutamente necessario impedire che vi siano rapporti tra Dimmito e tali soggetti, quindi la misura della custodia cautelare in carcere diventa l’unica idonea a salvaguardare tali esigenze». La richiesta dei domiciliari non è quindi stata accolta. I pm Alessandra Fini e Francesco Diliso contestano l’omicidio aggravato dalla premeditazione, il porto, la detenzione illegale e ricettazione dell’arma del delitto. Il gip ha ritenuto sussistenti i gravi indizi a carico di Dimmito per quanto emerso da videoriprese, testimonianze raccolte e confessione dello stesso indagato.

    tratto da
    La Gazzetta del Mezzogiorno

    LA RICOSTRUZIONE DEL DELITTO SECONDO IL GIP  Video e testimonianze hanno portato all’identificazione prima e al fermo poi di Leonardo Dimmito, quale presunto responsabile dell’omicidio di Stefano Tango. Lo ricostruisce il gip nell’ordinanza cautelare con cui ha disposto che l’indagato resti in cella. C’è chi ha riferito ai carabinieri che Dimmito aveva detto al titolare di un locale con impianto di videosorveglianza di spegnere le telecamere, poco prima del delitto. Dai tabulati telefonici della vittima, emergerebbe inoltre che Tango poco prima d’essere ucciso ha chiamato un telefonino intestato a un parente del presunto assassino.

    Per quanto ricostruito da carabinieri e poliziotti in base ai video, Dimmito è arrivato sul luogo del delitto, è entrato in un bar per un caffè, ne è uscito per sedersi all’esterno in attesa di Tango, arrivato di lì a poco. L’auto dell’indagato è stata ripresa sia nei pressi della sua abitazione sia poco dopo nei pressi del luogo dell’omicidio. Come altre telecamere avrebbero catturato il momento in cui il camionista si sarebbe armato. Sulla scorta di questi elementi già nelle ore immediatamente successive all’omicidio, i carabinieri si erano messi subito sulle tracce di Dimmito senza rintracciarlo; il giovane cerignolano alle 13 del 25 luglio, il giorno dopo l’omicidio, si era presentato in caserma accompagnato dal proprio legale di fiducia, l’avvocato Antonello De Cosmo, per consegnarsi e confessare.

    Confessione ribadita nell’interrogatorio svoltosi lunedì mattina nel carcere di Foggia alla presenza di proprio difensore, gip, pm titolari dell’inchiesta sul 14° omicidio dell’anno in Capitanata (il terzo risolto, le vittime complessive sono 19 cui aggiungere anche 2 casi di lupara bianca). Confessione che il gip Domenico Zeno sintetizza così nell’ordinanza con cui ha convalidato il fermo e lasciato in cella l’indagato. «Dimmito ha dichiarato d’aver ucciso Tango perché costui aveva assunto la gestione di fatto di un magazzino di frutta e verdura di una ditta barese, con cui l’indagato aveva lavorato negli ultimi 4 anni, disponendo il divieto di lavorare con tale magazzino con Dimmito». A dire dell’indagato, «Tango con prepotenza aveva più volte minacciato di ucciderlo se si fosse rivolto ai responsabili della ditta per poter lavorare; lo aveva pestato due giorni prima del delitto e nuovamente minacciato. Dimmito ha dichiarato anche» rimarca il gip «che prima di uccidere Tango, aveva avuto un altro incontro con la vittima nel quale Tango gli aveva negato la possibilità di farlo lavorare e lo aveva minacciato di morte per l’ennesima volta».

    Nel ricostruire le fasi dell’agguato (e negare di aver ordinato ad un commerciante di spegnere una telecamera, evidentemente nell’ottica accusatoria per evitare di essere in- quadrato prima del delitto), Dimmito ha raccontato al gip «d’aver armato la pistola, che portava con sé temendo rapine ai danni dei propri camion, e d’averla puntata contro Tango, minacciando di ucciderlo se non lo avesse fatto lavorare; al che che Tango lo aveva sfidato e lui aveva fatto fuoco, non credendo comunque di riuscidere a ucciderlo. Dimmito ha dichiarato d’essere esasperato a causa delle continue angherie che doveva subire da parte di Tango, che non poteva più mantenere la sua famiglia e ciò lo aveva fatto sconvolgere».