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    Omicidio Tango, Dimmito confessa e si difende: «non volevo ammazzarlo»

    I pm non gli credono e contestano d’aver premeditato il delitto. Dopo l'interrogatorio chiesti i domiciliari. Si attende la decisione del Gip

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    Non voleva uccidere Stefano Tango; l’arma s’è inceppata; lui pensava inizialmente d’aver colpito una pianta; è stata la vittima a ostacolarlo prima nella sua ricerca di lavoro, poi aggredirlo e minacciarlo anche di morte, sino a pochi istanti prima d’essere ammazzata. È la confessione tutta all’insegna della «difensiva», resa ieri nel carcere di Foggia a gip e pm da Leonardo Dimmito, 33 anni, camionista che ha ammesso di aver sparato al petto di Tango, 46 anni, la mattina del 24 agosto davanti a una sala scommesse vicino al cimitero. I pm chiedono che resti in cella, l’avv. Antonello De Cosmo sollecita la concessione dei domiciliari: il gip si è riservato di decidere. Dietro l’omicidio ci sarebbe – a dire di Dimmito, costituitosi ai carabinieri 24 ore dopo il delitto, consegnando una pistola calibro 40 – l’ostacolo frapposto da Tango al contratto di lavoro con una ditta del Barese per il trasporto di uva. Tango sarebbe stato una sorta di referente della ditta e gli avrebbe risposto «picche» alla sua richiesta di lavorare con i propri tre camion. I pm Alessandra Fini e Francesco Diliso non gli credono e contestano l’omicidio aggravato dalla premeditazione, oltre a porto, detenzione illegale e ricettazione della pistola. Dimmito ha premeditato l’omicidio – dice l’accusa – per essere andato da Tango armato e aver ordinato a un commerciante di spegnere una telecamera per non essere inquadrato poco prima di far fuoco.

    Ricostruzione respinta dal camionista che ha risposto per un’ora alle domande del gip Domenico Zeno, dei pm e dell’avv. De Cosmo. Il giovane ha detto d’aver dato una svolta alla sua vita da tempo, acquistando con l’aiuto dei familiari 2 camion più grandi e uno più piccolo per trasportare uva e olive. Un paio di settimane fa contattò un’azienda del Barese per la quale ha detto d’aver già lavorato in passato come camionista, chiedendo di poter trasportare con i propri mezzi l’uva. La risposta sarebbe stata di rivolgersi a Tango che avrebbe svolto le funzioni di intermediario, secondo la versione difensiva che dovrà essere ora verificata da pm, carabinieri e poliziotti attraverso testimonianze, video e tabulati telefonici. Dimmito ha spiegato d’essersi incontrato casualmente in periferia con Tango, che lui non conosceva, la mattina del 22 agosto. Tango gli avrebbe detto che non avrebbe lavorato al trasporto dell’uva, aggredendolo con conseguente colluttazione, Dimmito ha mostrato anche ai magistrati un livido sul braccio. Sia il 22 sia il 23 agosto Dimmito avrebbe contattato telefonicamente – è sempre la versione difensiva – la ditta del Barese implorando di farlo lavorare per poter mantenere la propria famiglia, ma gli sarebbe stato ripetuto di mettersi d’accordo con Tango. Si è così arrivati alla ricostruzione del delitto avvenuto alle 9.25 del 24 agosto in via Luogosanto. Per l’accusa Dimmito s’è recato armato all’appuntamento con Tango per ucciderlo: l’indagato pare abbia replicato che sarebbe stata la vittima a fissargli l’incontro. E la pistola la porta sempre con sé (pur sbagliando, ha ammesso) per difendersi in caso di furti e rapine per sottrargli camion e carico, reato molto diffuso a Cerignola.

    Dimmito nella ricostruzione dell’accusa sarebbe entrato in un locale ordinando a una persona di spegnere l’impianto di videosorveglianza, lui l’ha negato. Ha detto d’essere entrato nel locale molto teso, d’essere uscito per attendere l’arrivo di Tango giunto poco dopo in auto. La vittima l’avrebbe nuovamente informato in malo modo che non avrebbe avuto il lavoro da camionista, di non chiamare più la ditta del Barese, minacciando lui e i familiari. Dimmito sostiene d’essere andato in auto, d’aver ricevuto una telefonata di un familiare che gli parlava dei loro problemi economici, d’aver perso la testa e impugnato la pistola che aveva lasciato in macchina per spaventare Tango. Quest’ultimo invece – a dire del presunto assassino – l’avrebbe quasi sfidato a sparare. Dimmito ha detto che non voleva uccidere ma solo sparare verso il basso, però l’arma si è inceppata poi è partito il colpo letale. Sulle prime credeva di aver colpito una fioriera, poi ha visto Tango accasciarsi ed in preda al panico è fuggito con l’auto.

    (tratto da)
    La Gazzetta del Mezzogiorno