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    Sacco e Vanzetti: i 90 anni di una ingiustizia senza ritorno

    Cade oggi l'anniversario dell'esecuzione dei due italiani emigrati in America

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    Era il 23 agosto del 1927 quando sulla sedia elettrica del penitenziario di Charlestown (Stati Uniti, Massachusetts) vennero giustiziati i due immigrati italiani Nicola Sacco – calzolaio originario di Torremaggiore (Foggia) – e Bartolomeo Vanzetti – pescivendolo proveniente da Villafalletto (Cuneo).

    Sacco e Vanzetti erano due idealisti, anarchici e pacifisti, molto vicini e spesso partecipi alle rimostranze della lotta operaia. In particolare il nostro conterraneo, sbarcato negli States nel 1909, fu attivo manifestante nelle lotte per l’ottenimento di migliori condizioni lavorative per gli operai nonché di salari più alti, cosa che nel 1916 lo portò ad essere arrestato. E fu proprio in quello stesso anno che conobbe Bartolomeo Vanzetti (in America dal 1908), col quale entrò a far parte di un gruppo di radicali. Così, in piena prima guerra mondiale, fuggirono in Messico per evitare la chiamata alle armi (cosa fra le più osteggiate da un anarchico), finendo in una sorta di “black list” stilata allora dal Ministero della Giustizia.

    Nel 1920, Sacco e Vanzetti furono accusati di aver compiuto una rapina ai danni del calzaturificio «Slater and Morrill» a South Braintree, un sobborgo di Boston. In questo misfatto vennero assassinati un cassiere ed una guardia armata. Il processo – conosciuto come “Il processo di Dedham” – fu sempre contraddistinto da enormi dubbi circa la reale colpevolezza dei due italiani. Oltre allo Stato italiano, persino illustri personalità come Albert Einstein e George Bernard Shaw si schierarono pubblicamente in loro difesa. Ma non vi fu nulla da fare: neanche la confessione del detenuto portoghese Celestino Madeiros riuscì ad evitargli la sentenza di condanna a morte, pronunciata il 9 aprile del 1927. L’amara quanto ripugnante sensazione fu che Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono vittime sacrificali sul patibolo del pregiudizio verso gli immigrati d’oltreoceano e che la loro condanna dovesse fungere da “avvertimento” a chi, come i due “wops” (storpiatura anglo-americana del termine “guappi” con la quale venivano indicati), aveva il solo torto di non essere allineato al pensiero della classe dirigente. Il giorno stesso della sentenza, Vanzetti – maggiormente padrone della lingua inglese rispetto all’amico Sacco – pronunciò un’appassionata arringa nella quale puntava chiaramente il dito contro chi lo processava e di cui riportiamo dei passaggi: «Sì. Quel che ho da dire è che sono innocente. (…) E non è tutto. Non soltanto sono innocente (…), non soltanto in tutta la mia vita non ho rubato, né ucciso, né versato una goccia di sangue, ma ho combattuto anzi tutta la vita, da quando ho l’età della ragione, per eliminare il delitto dalla terra. (…) Noi abbiamo dimostrato che non poteva esistere un altro giudice sulla faccia della terra più ingiusto e crudele di quanto lei, giudice Thayer, sia stato con noi. Lo abbiamo dimostrato. Eppure ci si rifiuta ancora un nuovo processo. Noi sappiamo che lei nel profondo del suo cuore riconosce di esserci stato contro fin dall’inizio, prima ancora di vederci. Prima ancora di vederci lei sapeva che eravamo dei radicali, dei cani rognosi. Sappiamo che lei si è rivelato ostile e ha parlato di noi esprimendo il suo disprezzo con tutti i suoi amici, in treno, al Club dell’Università di Boston, al Club del Golf di Worcester, nel Massachusetts. Sono sicuro che se coloro che sanno tutto ciò che lei ha detto contro di noi avessero il coraggio civile di venire a testimoniare, forse Vostro Onore (…) siederebbe accanto a noi, e questa volta con piena giustizia. (…) Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di più per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora».

    A 50 anni esatti dalla morte dei due italiani, il 23 agosto 1977, l’allora Governatore dello Stato del Massachusetts, Michael Dudakis, riconobbe in maniera ufficiale gli errori commessi in quel processo e riabilitò completamente la loro memoria. Questa pagina buia della storia della giustizia mondiale ha talmente scosso le coscienze da unire Boston e i due paesi natii di Sacco e Vanzetti – Torremaggiore e Villafalletto – ogni 23 agosto per celebrazioni e commemorazioni, anche quest’anno in cui ne ricorre il 90° anniversario. Nel corso di questi decenni, di Sacco e Vanzetti ce ne sono stati altri, con un vissuto diverso, ma pur sempre vittime di soprusi, violenze e malagiustizia (basti pensare al caso Enzo Tortora: una ferita insanabile). Certi episodi balzati alla cronaca nell’ultimo periodo – dalla ragazzina veronese figlia di genitori africani e nata in Italia, respinta da un concorso canoro poiché non considerata “abbastanza italiana” per via del colore della sua pelle, alla 18enne di Torino alla quale non è stato dato un posto da cassiera per il solo fatto di essere fidanzata con un ragazzo africano – ci hanno fatto paurosamente respirare quella malsana aria di disprezzo e pregiudizio che speravamo aver spazzato via per sempre. Ecco perché raccontare, tenere viva la memoria di certe pagine di storia è fondamentale, affinché restino impresse nelle nostre coscienze due significative parole: “Mai più!”.