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L’analisi del pm della Dda sulla 4° mafia d’Italia

Situazione critica qui dove la criminalità organizzata si fa Stato

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Qual è lo… stato di salute della quarta mafia d’Italia? Quali sono le strategie investigative e i risultati conseguiti sul fronte della lotta alle tre principali organizzazioni criminali che operano nel Foggiano, tra «Società», mafia garganica e mafia cerignolana? Quanti uomini – magistrati e forze dell’ordine – sono impegnati contro l’esercito dell’Antistato che in Capitanata conta su una ventina di clan mafiosi e… paramafiosi? Sarà il procuratore capo di Bari Giuseppe Volpe, nella sua veste anche di capo della Direzione distrettuale antimafia, a fare il punto sul «caso Foggia» domani mattina nel corso di una conferenza stampa in programma nell’aula udienze della Procura generale di Bari. Lo affiancheranno i sostituti procuratori della Dda che si occupano delle inchieste sulle mafie e i traffici di droga nel Foggiano (sono una mezza dozzina) ed i vertici foggiani delle forze dell’ordine. L’incontro con i giornalisti sarà l’occasione per fornire dettagli sul blitz antidroga del 21 agosto condotto dalla Polizia con il fermo di due presunti esponenti di uno dei clan in lotta a Vieste; ma anche per tracciare un quadro generale della situazione nella zona garganica e nella Capitanata sul fronte della lotta alle mafie. E magari sarà anche l’occasione per sapere cosa ne pensa il procuratore Volpe delle continue richieste che vengono dal territorio di istituire a Foggia una sezione distaccata della Dda e della Dia.

LA QUARTA MAFIA – Che le mafie foggiane siano ormai assurte a quarta mafia d’Italia l’ha detto in interviste e convegni l’ex procuratore della Direzione nazionale antimafia Franco Roberti. La mafia foggiana per pericolosità, ferocia – e con quel negativo record nazionale di impenetrabilità in tema di pentiti – è ormai assurta, e non da oggi, nel panorama italiano dopo Cosa nostra siciliana, la ‘ndrangheta calabrese e la camorra campana (o sistema). «Sembra che la mafia foggiana abbia preso tutti alla sprovvista, ma non doveva andare cosi perché qui la mafia è ben nota e conosciuta da moltissimi anni per la sua pericolosità, pervasività e sanguinarietà» disse Roberti nel settembre di un anno fa ospite della «Fiera del libro» di Cerignola. Un mese prima – il 9 agosto 2017 – sulla strada «Pedegarganica» c’era stata la mattanza con 4 persone uccise da un commando di killer ancora impunito che pur di eliminare un capo-clan sipontino non esitò ad ammazzare anche tre persone estranee al mondo della criminalità: il cognato che gli faceva da autista e due fratelli in transito su quel tratto di strada al momento dell’agguato. «Sbagliato, errore di sottovalutazione» aggiunse l’allora capo della Dna «pensare che qui nel Foggiano ci fossero bande di pecorai rozzi: invece qui operano organizzazioni che mantengono la forza della tradizione e sfruttano le possibilità offerte dalla modernità. Qui nel Foggiano poi non ci sono collaboratori di Giustizia; l’omertà è diffusa, perché la paura di denuncia ha una doppia origine: il timore di ritorsioni criminali e la sfiducia nella capacità dello Stato di proteggere», mentre al contrario le rispose dello Stato sotto forma di blitz, arresti, condanne, ci sono state negli anni.

SAVIANO: «PERICOLOSSIMA» – Analisi più volte confermata, in articoli e interventi dallo scrittore Roberto Saviano autore del best seller Gomorra e non solo: «nel Foggiano c’è una situazione complicatissima con una criminalità potentissima con contatti con la camorra e le cosche della Locride», disse il noto scrittore nel novembre 2016 partecipando ad un incontro a Foggia organizzato dall’università.

LA MAFIA DEGLI AFFARI – La commissione parlamentare antimafia dopo le audizioni di vertici istituzionali in città di luglio 2014 e aprile 2017 ha parlato di mafia «impenetrabile, spietata e pericolosa, né sembra scalfita dall’azione di contrasto la progressive e costante evoluzione verso il modello di mafia degli affari, con infiltrazioni nel settore agroalimentare».

IL PROCURATORE CAPO – Concerti ribaditi ripetutamente dal procuratore capo di Foggia, Ludovico Vaccaro che dirige l’ufficio giudiziario dal novembre scorso dopo essersi occupato per anni da pm della criminalità foggiana. Nel rimarcare la necessità di una maggiore collaborazione da parte dei cittadini, sotto forma di denunce e segnalazioni perchè la vertenza sicurezza non è delegata solo a magistrati e forze dell’ordine, Vaccaro ha parlato di «espansione del controllo della mafia nelle attività economiche» nel gennaio scorso partecipando ad un dibattito a Manfredonia.

IMPUNITÀ IMPRESSIONANTE – Il Consiglio superiore della magistratura, occupatosi del «caso Foggia» dopo la mattanza di mafia di un anno fa inviando una delegazione a Foggia per parlare con prefetto, magistrati e forze dell’ordine, nel porre l’accento sull’80% di omicidi impuniti, parlò nel settembre scorso di situazione drammatica nel Foggiano «dove le mafie stanno vivendo quella evoluzione che altre organizzazioni criminali – come quelle calabresi, siciliane e dei casalesi – hanno già vissuto: dalla dimensione rurale e familiare sono passate a una dimensione imprenditoriale, pronte ad avvantaggiarsi delle seconde generazioni, il che ha generato il moltiplicarsi dei profitti e dunque l’aumentare della violenza per risolvere i contrasti interni: occorre intervenire tempestivamente prima che inizi l’inabissamento che ha caratterizzato le altre mafie e che, paradossalmente, al diminuire dell’uso di violenze e fatti di sangue, rende ancora più difficili le indagini».

LE MANI SULLA CITTÀ – Il procuratore generale della corte d’appello di Bari Anna Maria Tosto nella relazione di gennaio sullo stato della Giustizia nel distretto (Foggia, Bari e Trani) ha rimarcato che è in Capitanata la situazione più difficile «per la presenza di un’emergenza criminale di rilevanza nazionale, fenomeno non nuovo perché da decenni questa criminalità si è strutturata, articolata, ha pervaso il tessuto sociale condizionando pesantemente economia, politica, amministrazione pubblica, vita sociale: qui la criminalità organizzata inquina il sistema economico, controlla il territorio, si fa Stato».

IL SILENZIO DEI TAGLIEGGIATI – E senza dimenticare cosa osservò a fine ottobre 2017 la commissione regionale di studio e inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata in Puglia. Pose l’accento sulla «situazione critica del Foggiano dove gli operatori economici, pressochè nella totalità non denunciano le estorsioni».

AFFINITA’ e DIVERSITA’ Tre mafie distinte con le loro differenze, spesso alleate – soprattutto la «Società foggiana» e i clan garganici – e che si scambiano favori sotto forma di killer in prestito per missioni di morte e protezione ai latitanti. La più forte e antica delle mafie foggiane è la «Società» nata in città negli anni Ottanta mutuando riti e affiliazioni di camorra e ‘ndrangheta peraltro abbandonati da decenni. Il suo business principale resta il pizzo: un tempo puntava una vittima per volta – essenzialmente un costruttore – poi la platea di taglieggiati si è estesa, e secondo recenti inchieste di Dda e forze dell’ordine non c’è nemmeno più bisogno di ricorrere alla violenza per convincere a pagare le tangenti, perché le vittime lo danno per scontato che bisogna pagare una tassa all’antistato.

La «Società foggiana» è stata attraversata in oltre trent’anni da 7 guerre di mafia che hanno contato oltre 40 morti ammazzati. Un tempo struttura unitaria e verticistica, negli anni Novanta si divise in clan che periodicamente si fanno la guerra salvo poi siglare tregue più o meno durature. Al momento ci sono tre batterie: il gruppo Moretti/Pellegrino/Lanza che fa capo al boss Rocco Moretti ed è ritenuto nelle analisi della Dia quello più forte; c’è poi la batteria Sinesi/Franbcavilla rivale della prima e che starebbe vivendo un periodo di crisi per fuoriuscite e perdita di alleati; e infine c’è il gruppo Trisciuoglio/Tolonese. Va rimarcato come al momento i capi dei clan e i principali luogotenenti siano tutti detenuti.

La mafia garganica è nata sul finire degli anni Novanta – lo si legge negli atti del maxiprocesso celebrato nella prima decade del nuovo secolo – come evoluzione di alcune famiglie di allevatori coinvolte in faide che poi si sono dedicate a droga e racket. Un tempo c’era il «clan dei montanari» riconducibile alla famiglia Libergolis che rappresentava il punto di riferimento di tutta l’area garganica grazie all’alleanza con altri gruppi locali: blitz, condanne, tradimenti hanno portato a un indebolimento del gruppo – che secondo la Dia starebbe cercando ora di riorganizzarsi – ed alla nascita di varie batterie che si combattono. Come a Vieste dove è in ballo la leadership nel ricco affare del narcotraffico.

La mafia cerignolana è una realtà a sé stante: non si intromette nelle rivalità scritte col sangue da foggiani e garganici, ha da anni messo da parte guerre interne (dopo aver pagato a duro prezzo quelle dell’89 e del ‘93 con arresti e condanne), guarda solo agli affari e li diversifica: fornisce droga – cocaina, hashish e marijuana – a chiunque la paghi; si occupa del ricco affare del riciclaggio di auto e camion rubati; organizza maxi-furti in depositi e ditte di tutta Italia con la merce di qualsiasi genere ricettata a Cerignola. «La pluralità delle attività delittuose perseguite» scrive la Dia nell’ultima relazione al Parlamento con riferimento alla criminalità del basso Tavoliere «mostra un elevato livello di organizzazione, rendendo difficoltosa la distinzione tra criminalità di tipo mafioso e comune».

tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno

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