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    Quel che si dice a microfoni spenti

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    Un giornalista è tenuto spesso a mantenere sulle proprie fonti il massimo riserbo, questo è risaputo. Da qui il segreto professionale (quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario delle fonti). Intorno al segreto e all’affidabilità del professionista prende forma la locuzione «a microfoni spenti». Ossia, «me lo hanno detto ma non posso e non voglio rivelare la fonte». Ciò però non significa che non esistano poi testimonianze tangibili del fatto, o che la notizia non sia verificata. A parte il sentito dire da bar, c’è un mondo di interlocuzioni tra giornalisti e fonti che prende forma di persona, a telefono, via sms e su WhatsApp.

    In un paesone come Cerignola, dove le notizie corrono, si fa quasi a gara per raccontare al giornalista l’indiscrezione (che viene poi verificata, ndr). Lo fanno i consiglieri comunali (sia di maggioranza che di opposizione), i cittadini, i lettori, insomma tutti. E dopo verifica, se di pubblico interesse, si riporta l’indiscrezione, «a microfoni spenti», anche se a qualcuno potrebbe non andar giù. Certo, c’è qualcuno a cui il dissenso non piace proprio, e non piacciono quindi coloro che, seppur non ufficialmente, dissentono. Ma il dissenso, i mal di pancia, le insofferenze esistono. Anche tra i fedelissimi.