Foto Cautillo, Corriere del Mezzogiorno

E’ arrivata nel pomeriggio di lunedì 16 settembre la sentenza del Tribunale di Foggia che ha posto la parola fine (per adesso) al filone dauno del processo Black Land, l’inchiesta partita nel 2014 che smantellò il sistema di imprese che tombavano rifiuti provenienti dalla Campania nel territorio compreso tra Cerignola, Ordona e i Cinque Reali Siti.

Dopo la chiusura nel 2017 del filone barese – furono 5 gli imprenditori condannati – anche il tribunale di Foggia ha emesso i suoi verdetti. Condannati Arminio Erminio, Pasquale Di Ieso e Giuseppe Caruso, anche loro imprenditori del foggiano, ai quali sono state inflitti rispettivamente 3 anni, 1 anno e 9 mesi e 8 mesi di reclusione. Al momento della pronuncia della sentenza, davanti al giudice del Tribunale di Foggia, erano presenti i legali degli enti che si sono costituiti come parte lesa. Oltre alla condanna sono state applicate come sanzioni accessorie il sequestro e la confisca dei beni aziendali adoperati per commettere il fatto e la bonifica delle aree interessate dal tombamento dei rifiuti.

L’INCHIESTA E IL PROCESSO La vicenda prende il via nel 2014 quando il NOE dei Carabinieri scoprì il traffico di rifiuti tra la Campania e il foggiano. Venne dimostrato come alcuni imprenditori e proprietari terrieri li tombassero sistematicamente nelle campagne tra Cerignola, i Cinque Reali Siti e il nord della BAT. Da allora si è alzato incessante il grido di allarme degli inquirenti e deio tanti che combattevano contro la piaga del tombamento illecito di rifiuti, tra cui don Maurizio Patriciello, il parroco della Terra dei Fuochi, che, nel 2015, durante un incontro a Cerignola disse: “L’emergenza e il business dei rifiuti si è spostato dalla Campania alla Capitanata”Prima delle condanne del giudice del Tribunale di Foggia si era già concluso due anni fa il filone barese dell’inchiesta che aveva portato alla condanna confermata in Cassazione per altri 5 imputati, tra cui Francesco Pelullo, proprietario terriero di Cerignola.