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A 62 anni dalla sua scomparsa, “Il filo rosso” convegno CGIL su Di Vittorio

Diverse le personalità che hanno arricchito l'incontro tenutosi a Palazzo di Città. Particolarmente significativo l'intervento del giornalista Paolo Borrometi, autore di importanti inchieste sulle infiltrazioni criminali nella politica e che vive sotto scorta dal 2014.

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Gioacchino Matrella
Classe '86. Laureato in Lettere Moderne e in Filologia, Letterature e Storia presso l'Università degli Studi di Foggia. Amante del cinema d'autore, in particolare italiano. Collabora con lanotiziaweb.it dal 2016.

Era il 3 novembre 1957 quando il cuore, già provato, di Giuseppe Di Vittorio cessò di battere, poco dopo un incontro con alcuni delegati sindacali in quel di Lecco. Nel 62’ anniversario della scomparsa di uno dei padri del sindacalismo italiano, nella sua Cerignola ha avuto luogo un convegno volto a tenerne vivi gli insegnamenti che mai hanno cessato di essere contemporanei. La locale CGIL, di cui Di Vittorio fu il primo segretario nazionale dal 1944 fino al giorno della sua scomparsa, ha dato luogo all’incontro intitolato «Il filo rosso», svoltosi nella tarda mattinata di domenica 3 novembre a Palazzo di Città, in quell’Aula Consiliare che porta il suo nome.

Diverse sono le personalità che hanno preso parte a questa tavola rotonda, seguita da un pubblico nutrito e moderata dal giornalista RAI Attilio Romita. Ai saluti del coordinatore della Camera del Lavoro di Cerignola, Gianni Marinaro, hanno fatto seguito gli interventi del prof. Saverio Russoordinario di Storia Moderna dell’Università degli Studi di Foggia -, del prof. Francesco Protaeconomista -, di Maurizio Carmenosegretario generale CGIL Foggia -, di Antonio Nunziantevicepresidente della Regione Puglia ed ex Prefetto -, di Paolo Borrometigiornalista, scrittore, vicedirettore dell’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) e direttore de LaSpia.it – e del segretario generale della CGIL Puglia, Pino Gesmundo. Molti sono stati i temi oggetto di dibattito, esaminati da diversi punti di vista. La situazione di molti lavoratori nella nostra Capitanata non sembra poi essere così diversa da quella dei tempi in cui bracciante era Giuseppe Di Vittorio, risulta difficile non notare similitudini fra le ‘cafonerie’ di quei tempi e i ‘ghetti’ ai giorni nostri. In questo, il sindacato ha rivendicato il proprio ruolo, sensibilizzando, denunciando e ottenendo delle risposte.

Occupazione, sviluppo e legalità sono le tre strade imprescindibili per quel riscatto del Mezzogiorno d’Italia che Di Vittorio prima e la CGIL poi, facendo tesoro della sua eredità, non hanno mai smesso di perseguire. La pensa così anche Paolo Borrometi, noto giornalista autore di importanti inchieste sugli intrecci fra politica e malaffare, alcune delle quali hanno contribuito allo scioglimento di Amministrazioni Comunali con infiltrazioni mafiose. A causa delle minacce di cui è stato oggetto dopo queste inchieste, dal 2014 vive sotto scorta dei Carabinieri. «Noi a Di Vittorio dobbiamo tantissimo, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia – afferma Borrometi a lanotiziaweb.it -. Parlando di Mezzogiorno e di Di Vittorio mi vengono due considerazioni. La prima è che lui fosse un uomo illuminato, perché già all’epoca aveva compreso alcuni problemi che ancora adesso ci portiamo dietro, la cosiddetta ‘questione del Mezzogiorno’. La seconda però, e c’è un però grande quanto una casa, è che se è vero che le sue parole ad oggi sono ancora particolarmente attuali, allora significa che in tanti, soprattutto la politica, non hanno fatto il proprio dovere». Da giornalista d’inchiesta sulle mafie, Borrometi pone il suo focus anche su quella di Capitanata, balzata agli occhi della cronaca nazionale con il brutale assassinio dei due malcapitati contadini a San Marco in Lamis nel 2017 e con lo scioglimento di addirittura quattro Amministrazioni Comunali del territorio, fra le quali Cerignola: «Il problema vero è che è una delle prime mafie, sotto il profilo dell’emergenza che viviamo nel nostro Paese. Finché consideriamo l’emergenza in Capitanata solo come locale, non avremo risolto il problema. Noi dobbiamo affrontare il problema di questa mafia che c’è in questo territorio, che è particolarmente violenta, da un lato, e che, dall’altro, è purtroppo capace di infiltrare in maniera drammatica le Amministrazioni locali. Non parlo solo di Cerignola, parlo dei Comuni, della politica, parlo però anche della coscienza della gente che purtroppo a volte è troppo, troppo poco solerte». Una comunità che ha subìto lo shock dello scioglimento della propria Amministrazione per motivi di questo tipo, ha comunque il dovere di rialzare la testa e guardare avanti: «Lo deve fare sicuramente non attaccando i magistrati o il Presidente della Repubblica che ha firmato il decreto – sottolinea Borrometi -. Lo scioglimento di un Consiglio Comunale è sempre un atto traumatico per la comunità. Lo so assolutamente bene, ne ho molta esperienza per le mie inchieste giornalistiche condotte al Sud e nella parte orientale della Sicilia. Detto questo, però, vorrei guardare il bicchiere mezzo pieno. Questo non è l’onta della mafia a Cerignola, Monte Sant’Angelo o Manfredonia. È l’opportunità che questo territorio ha di recidere alcuni rapporti».

In sede di dibattito, Borrometi tiene ad evidenziare come peggio delle mafie ci sia solo la “cultura mafiosa”. Perciò, occorre puntare sul lavoro, il miglior antidoto assieme alla cultura per debellare questo male. Alle Istituzioni nazionali è rivolto l’appello di non abbandonare questo territorio, non lasciare sull’ottimo Prefetto di turno, sullo straordinario comandante dei Carabinieri o commissario di Polizia, il peso di un problema da sconfiggere solo con la repressione, trascurando invece prevenzione e politiche mirate. Giuseppe Di Vittorio, così come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ed altre indimenticate personalità, ha dato la propria esistenza per elevare l’immagine del Mezzogiorno rispetto al becero luogo comune che vuol relegarlo a terra di sottosviluppo e malaffare. Un Mezzogiorno che, come sostiene Paolo Borrometi in chiusura, non ha necessità di eroi, ma di cittadini che facciano giorno per giorno il proprio dovere.

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