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Cimitero, la Diocesi: «nessun ‘patto segreto’» con i gestori dei servizi cimiteriali

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«La Chiesa non ha subito alcun genere di condizionamento mafiosa e non è stato mai fatto nessun accordo segreto». Si può riassumere in questi termini la conferenza stampa tenutasi questa mattina presso la sala conferenze del Seminario di Cerignola nel corso della quale la Diocesi ha provato a fare chiarezza in merito alcune polemiche corse sulla stampa riguardo i rapporti tra la Chiesa e l’Amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose e la trattativa tra le Confraternite e l’impresa che gestisce il servizio cimiteriale, anch’essa finita sotto la lente d’ingrandimento della Commissione prefettizia.

Proprio su quest’ultimo punto si è espresso Gerardo Leone, presidente del coordinamento delle Confraternite per la Diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano. Come da questi spiegato, in realtà la vicenda prende piede già dal 1998 quando l’ENEL effettuò il distacco dell’energia elettrica al consorzio cimiteriale in quanto aveva deciso di riconoscere un utente unico e non una pluralità divisa tra privati e cappelle confraternali. Da lì in poi il servizio di riscossione dei canoni per le lampade votive venne affidato alle Confraternite con proroghe che sono andate avanti fino alla fine del 2017.

Contemporaneamente nel 2014 il Comune di Cerignola aggiudicava i lavori di ampliamento del cimitero. La ditta aggiudicataria sottoscrive la convenzione nel febbraio 2016 e inizia le attività il 1° ottobre di quello stesso anno costituendo una nuova società (quella attenzionata dalla Commissione prefettizia ndr). L’affidamento del servizio viene fatto proprio a quest’ultima impresa in quanto unica addetta alla fornitura dei servizi, inclusa l’energia elettrica.

Nasce quindi un contenzioso tra questa impresa e le Confraternite che in una prima fase protestano spegnendo le illuminazioni (azione che costò una denuncia per interruzione di pubblico servizio ndr) e invitando a non pagare il servizio di illuminazione oltre che promuovendo un ricorso amministrativo al Presidente della Repubblica. La controversia viene poi risolta in maniera “pacifica” con una convenzione con la società per cui l’affidamento del servizio di riscossione per le lampade votive viene concesso alle Confraternite dietro compenso di €5 a lampada, cifra inferiore dei €9,46 che ricevevano in precedenza dal Comune. Le Confraternite da parte loro hanno rinunciano al ricorso e alla gestione degli impianti che vengono affidati all’impresa aggiudicataria, che si è impegnata (nonostante ci sia stato qualche ritardo contestato dalle Confraternite stesse ndr) ad adeguarli e metterli in sicurezza.

Nell’accordo è stato anche raggiunto un compromesso riguardante il costo del servizio ritardando parzialmente l’aumento dei costi. Infatti mentre nelle cappelle private l’impresa aggiudicataria riscuoteva già un canone di € 31,50, superiore a quello di € 23,60 fissato dalle Confraternite, si è pattuito che per il 2018 la tariffa sarebbe rimasta pari a quest’ultima cifra, ne 2019 sarebbe salita a € 27,60 fino ad andare a regime nel 2020 in modo tale da evitare che venisse fatta una discriminazione tra utenti. Il vicario vescovile don Pasquale Cotugno ha fatto inoltre chiarezza sul rapporto intercorrente tra la Diocesi stessa e le Confraternite, evidenziando come «è sbagliato definirle il braccio operativo della Curia, in quanto sono dotate di personalità giuridica propria» sebbene siano soggette a controlli da parte della Chiesa.

RAPPORTI CON LE IMPRESE: LA CHIESA “NON POTEVA SAPERE” Sull’opportunità di essere scesi a compromessi con un’impresa che nella relazione prefettizia si dice essere riconducibile alla criminalità organizzata è stato fortemente ribadito che «all’epoca delle trattative non potevamo sapere quello che sarebbe poi risultato dalle indagini». L’opportunità di cercare un compromesso è stata dettata anche da motivi di sicurezza: «Se avessimo continuato a tenere spente le luci le cripte sarebbero diventate pericolose – spiegato da Gerardo Leone -. Era inoltre necessario evitare uno scontro con l’opinione pubblica in quanto già in diversi avevano iniziato a prendersela con noi». Discorso analogo è stato fatto per gli ex-stalloni Pavoncelli, che avrebbero dovuto dotare la vicina parrocchia di San Domenico di una stanza di 150 mq destinata ad attività oratoriali. Come spiegato da don Pasquale Cotugno la Diocesi è intervenuta con un’operazione di cofinanziamento pari a € 84.000, cioè l’equivalente del fitto per vent’anni, ma «non era possibile entrare nel merito della ditta che avrebbe eseguito i lavori e prevedere ciò che è stato rilevato poi dalla Commissione (cioè la presenza nei cantieri di personaggi vicini alla criminalità organizzata n.d.r.) Non abbiamo infatti né poteri di monitoraggio né di valutazione delle imprese». L’unico ‘mea culpa’ che fa la Diocesi è di «non aver forse pubblicizzato abbastanza queste procedure. Non abbiamo nascosto nulla ed è tutto verificabile. In futuro adotteremo tecniche comunicative diverse. Sebbene nonostante le polemiche non ci sia stata alcuna richiesta, i documenti sono accessibili a tutti nel caso si vogliano ulteriormente dissipare i dubbi».

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