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L’omicidio di Donato Monopoli a Chi l’ha visto?, l’appello della mamma: «Chi sa, parli»

La trasmissione di Rai 3 ha raccontato la vicenda del ventiseienne cerignolano, morto in seguito ad un pestaggio subito in una discoteca a Foggia

La triste vicenda di Donato Monopoli, il ventiseienne cerignolano morto dopo sette mesi di coma a seguito di un pestaggio subito nei pressi una discoteca di Foggia il 6 ottobre 2018, è arrivata ieri sera sulle reti Rai. La trasmissione televisiva Chi l’ha visto? ha ripercorso gli eventi di quella sciagurata notte e l’iter delle indagini svolte dalla procura di Foggia nell’ultimo anno e mezzo.

I FATTI

«Mio figlio si è ritrovato nel bel mezzo di una lite di cui non era il protagonista, ci si era intromesso per mettere pace», spiega Giuseppe Monopoli, papà di Donato. Nel corso della festa era infatti scoppiato un alterco tra la comitiva del ventiseienne di Cerignola e un gruppo di foggiani. Donato viene brutalmente percosso, a tal punto da dover essere trasportato in coma ai Riuniti di Foggia e poi trasferito a San Giovanni Rotondo. Dopo diversi giorni Donato ritorna cosciente, ma a stretto giro le sue condizioni peggiorano a causa di un aneurisma. Seguono altri sette mesi di coma e interventi chirurgici, ma il ragazzo non ce la fa. La Procura di Foggia fa svolgere un’autopsia e le indagini si concentrano su due ragazzi foggiani coinvolti nella lite, per i quali l’accusa è di omicidio preterintenzionale aggravato dai futili motivi.

L’ACCUSA E LA TESI DELLA DIFESA

Nel corso del programma la troupe di Rai 3 ha intervistato Michele Verderosa, proprio uno dei due indagati per l’omicidio di Donato, il quale, ricordando i fatti di quella sera, continua a ribadire la propria innocenza: «Ho litigato con un’altra persona, ma non con Donato Monopoli. C’è stata l’aggressione ma io non vi ho partecipato. Probabilmente avrà litigato con un’altra persona, ma io non l’ho toccato. Perché continuano a dare la colpa a me definendomi un assassino? Non vedo l’ora che ci sia il processo per dimostrare che non ho fatto niente». Prendono poi la parola i difensori di Francesco Stallone, il secondo indagato: «Non c’è prova di chi abbia dato il pugno e che valenza abbia avuto questo nella lesione», dice l’avv. Michele Ciarambino. «Non si sa chi ha sferrato per primo il pugno, chi l’ha dato e chi l’ha ricevuto – aggiunge poi l’avv. Paolo D’Ambrosio -. La causa della morte, per come è stata individuata dai consulenti del PM che hanno svolto l’autopsia è stata la rottura di un aneurisma».

Sebbene dunque la difesa sostenga che il contesto sia troppo ancora troppo confuso per accertare la responsabilità degli indagati al di là di ogni ragionevole dubbio, non è dello stesso avviso il Pubblico Ministero di Foggia che questo marzo ha notificato ai due indagati l’avviso di conclusione indagini, atto che di norma prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e all’instaurazione dell’udienza preliminare. I due, che per sei mesi sono stati sottoposti agli arresti domiciliari, sono attualmente in libertà ma sottoposti all’obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria.

L’APPELLO DELLA MAMMA DI DONATO

Ma tra la tesi dell’accusa e la difesa degli indagati lascia il segno l’accorato appello di Donata, la mamma di Donato, che si rivolge ai numerosi ragazzi che quella sera erano presenti nel locale e che, con la propria testimonianza potrebbero dare un contributo fondamentale alla ricostruzione dei fatti e fare una volta per tutte giustizia: «Quando abbiamo rivisto per la prima volta mio figlio non ci saremmo mai aspettati di ritrovarlo in quello stato. Chi ha visto quella sera deve aiutarci. Non si può morire a ventisei anni per futili motivi. Dateci una mano».

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