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    L’ex Sofim si ferma: dubbi fra i 1.800 addetti

    Dopo aver continuato a lavorare ai motori diesel, da domani c’è lo stop. «Problemi sulle forniture, richieste in calo». In cassintegrazione sino al 17 maggio, al lavoro solo su «chiamata»

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    Pochi clienti, forniture al minimo: meglio chiudere. Si ferma da domani la Fpt Industrial, 1800 lavoratori nell’area industriale di Foggia, storica fabbrica di motori diesel per veicoli commerciali appiedata dal Coronavirus un po’ come tutte le altre aziende del gruppo Cnh Industrial. Per la verità la ex Sofim ha provato a resistere, parliamo di uno degli ultimi impianti che ha tenuto in piedi la produzione anche nel pieno della bufera sulle misure di protezione dei lavoratori da introdurre in azienda. Ma poi, una volta raggiunta l’intesa con i sindacati ai primi della scorsa settimana, è stato deciso il blocco degli impianti e per un periodo abbastanza lungo: i cancelli riapriranno il 17 maggio. Va aggiunto che la Fpt ha tenuto in attività la catena di montaggio finchè ha potuto per completare gli ordini del Fuso, il motore venduto ai giapponesi.

    Per tenere a bada le polemiche, la direzione aveva pertanto deciso per una fermata “tecnica” da venerdì 13 a lunedì 16, proprio in concomitanza con l’entrata in vigore del primo decreto del governo sulle distanze anti-contagio tra i lavoratori. La produzione è ripresa regolarmente martedì scorso, ma con nuove e più rigide prescrizioni in materia di sicurezza come sancito da un accordo sindacati-azienda. Il pacchetto di misure di sicurezza in fabbrica prevede l’aumento degli spazi negli spogliatoi (il rispetto di un metro), la pulizia dei servizi igienici ogni quattro ore, la sanificazione dello stabilimento, l’obbligo agli autotrasportatori di restare sui Tir durante le operazioni di carico e scarico. Su richiesta dei sindacati l’azienda ha richiesto inoltre una fornitura di termoscanner agli ingressi e un registro per il Covid al fine di monitorare le condizioni di salute dei lavoratori al loro ingresso in fabbrica.

    Ora la fermata che, alla luce di tutte queste misure adottate, solleva qualche mugugno tra i lavoratori anche se non ci sono commenti del sindacato. L’azienda ha giustificato la fermata con le «ripercussioni sulla catena di fornitura e sulle richieste dei clienti» a causa dell’emergenza sanitaria si legge in una nota inviata alle Rsa (rappresentanze sindacali aziendali) di stabilimento. La fermata riguarda 1554 operai, 126 impiegati e 26 quadri che saranno collocati in cassa integrazione per tutto il periodo, ma gli impianti industriali non resteranno fermi del tutto: la direzione di stabilimento si riserva di «comandare» il personale necessario «in relazione alle esigenze tecniche, organizzative e di sicurezza degli impianti, nonchè alle necessità produttive». Un ricorso al lavoro straordinario che mette in allerta più di qualche lavoratore.

    Massimo Levantaci
    La Gazzetta del Mezzogiorno

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