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    La terza ondata vista attraverso gli occhi di chi lotta: la testimonianza dei volontari di ‘Impegno Solidale’

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    La terza ondata di contagi Covid che ha colpito duramente la Puglia – da circa tre settimane in zona rossa – si è fatta sentire anche a Cerignola: l’ultimo bollettino ufficiale diramato da Prefettura e Protezione Civile riporta infatti 623 casi attivi nel centro ofantino. Un dato simile non si registrava da dicembre dello scorso anno, quando eravamo nel pieno della seconda ondata. Ma dietro a questi numeri che ormai da un anno scandiscono le nostre giornate ci sono storie di persone e di intere famiglie che in un modo o nell’altro si sono trovate a dover fare i conti con il virus. Oggi come allora, oltre a poter contare sugli infaticabili operatori sanitari, ci sono anche professionisti e comuni cittadini che hanno deciso di mettere insieme le loro forze per dare un sostegno a chi si trova a fare i conti con la malattia. E’ il caso dell’associazione ‘Impegno Solidale contro il Covid’, che dallo scorso autunno si prodiga per creare una rete di supporto ai malati che affrontano il virus tra le proprie mura domestiche e ai loro familiari. Attraverso i loro occhi abbiamo provato a fare un quadro della situazione che Cerignola sta vivendo in queste settimane.

    IL QUADRO EPIDEMIOLOGICO

    «Rispetto ai mesi scorsi abbiamo notato un incremento del numero dei contagi dovuto verosimilmente alla maggiore contagiosità delle varianti – spiega il dott. Michele Romano, uno dei medici che collabora con l’associazione -. Prima facevo segnalazioni alla ASL di singoli casi, adesso si fanno addirittura segnalazioni di interi condomini, soprattutto in quelli familiari. In questi ambienti gli inquilini, in quanto parenti, sono abituati ad avere rapporti stretti e quindi più rischiosi. Lo stadio di avanzamento della malattia di chi ci contatta è vario: si passa da chi lamenta i primi sintomi a chi ha bisogno dell’intervento fisico dei medici». «La situazione si sta complicando e credo ci vorranno ancora diversi giorni perché migliori – aggiunge l’avvocato Domenico Farina, promotore dell’associazione -. Le richieste di aiuto in questo periodo sono aumentate verosimilmente perché sono saliti i casi, ma anche perché, e questo forse è un aspetto positivo, adesso siamo più conosciuti e in giro si sa che da noi si ottiene una risposta».

    MEDICI IRREPERILBILI E PENURIA DI BOMBOLE D’OSSIGENO

    A contattare i volontari sono soprattutto pazienti che non riescono ad avere una risposta dal proprio medico curante: «Chi ci raggiunge via social o per telefono ha principalmente bisogno di assistenza medica, perché purtroppo ancora oggi alcuni medici curanti risultano irreperibili – sostiene l’avv. Farina -. Per fortuna abbiamo un gruppo di medici che si è messo a disposizione e riusciamo a mettere queste persone abbastanza rapidamente in contatto telefonico con loro, garantendo così un minimo di assistenza». Un’altra criticità persistente è la carenza di bombole di ossigeno: «Molto spesso le persone che ne hanno avuto bisogno non le restituiscono tempestivamente e quindi le farmacie se ne trovano sprovviste. Tuttavia, conoscendo ormai tante persone che si sono servite del supporto respiratorio in passato e che adesso non ne necessitano più, riusciamo a sopperire a questa mancanza indirizzando chi ci chiede aiuto direttamente da queste persone che mettono a disposizione una bombola, non certo piena ma con sufficiente ossigeno».

    SINERGIA TRA PUBBLICO E PRIVATO: UN PASSO NECESSARIO PER LA SUPERARE LA CRISI

    Se dal punto di medico, grazie all’esperienza e alla maggiore organizzazione maturata nei mesi, si riesce a far fronte meglio ai problemi che i malati di Covid si trovano ad affrontare, ciò che secondo il dottor Romano ancora manca è una collaborazione proficua tra le autorità sanitarie locali e chi sta in prima linea: «La rete è cresciuta in termini di contatti interni ed esterni e questo ci ha permesso di rimediare ad alcune difficoltà della sanità pubblica. Quello che è mancato è stato il dialogo con le autorità che dovevano organizzare meglio gli aiuti alla medicina del territorio, che da sola non ce la fa». Sono diverse infatti le criticità che andrebbero risolte a livello organizzativo e di risorse umane: «C’è bisogno di altri medici, volontari o in pensione, che aiutino la guardia medica nel fine settimana. Su Cerignola ci sono circa 50 medici, quando in questo momento ne servirebbero 100/150, e non si può pensare che sui pochi del presidio possa gravare il lavoro, raddoppiato rispetto alla norma, che nel corso della settimana svolgono i medici di base. Garantendo quest’assistenza si eviterebbe che la gente spaventata si rivolga inopportunamente agli ospedali». E ancora: «Pure le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziali, n.d.r.) che visitano a  domicilio i malati Covid sono oberate di lavoro e hanno bisogno di rinforzi, anche solo a livello di assistenza telefonica. Perché quindi non incentivare anche qui la partecipazione di medici di base o in pensione?». L’auspicio è che si possa instaurare al più presto un’interlocuzione costruttiva con la dirigenza sanitaria perché «non si può pensare di amministrare una crisi pandemica senza ascoltare le esigenze di chi sta in trincea. Con un maggior dialogo probabilmente oggi la crisi sarebbe più gestibile».