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    Per il magistrato Laronga «a Cerignola la mafia c’è, ma è inafferrabile»

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    Ormai da anni, la magistratura e gli studiosi del fenomeno ci spiegano che quando si parla di mafia cerignolana non solo dobbiamo pensare a qualcosa di diverso dalla ‘coppola e lupara’ di siciliana memoria – la mafia delle faide, delle bombe e delle estorsioni  – ma a una realtà ‘liquida’, svincolata da logiche familistiche e capace di diversificare i propri business illeciti senza andare nell’occhio.                                                                                                                        Tuttavia forse è pure riduttivo limitarsi ad attribuirle una grande abilità nel rimanere indipendente e a muoversi in silenzio. Siamo infatti in presenza di un modello criminale ancora più complesso e moderno, che sta mettendo alla prova anche gli inquirenti, i quali, pur avendo ben presente il fenomeno che si presenta ai loro occhi, hanno più difficoltà rispetto al passato ad inquadrarlo nella fattispecie di reato di associazione di tipo mafioso. La questione è stata sollevata dal magistrato Antonio Laronga – procuratore aggiunto presso la Procura di Foggia e autore del libro ‘La quarta mafia’, dove analizza la storia e le dinamiche delle mafie del foggiano – nel corso di un webinar organizzato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’università dauna tenutosi il 31 marzo.

    Parlando infatti delle bande armate che assaltano portavalori e caveau, una delle manifestazioni più evidenti della mala cerignolana, il dottor Laronga le ha definite “formazioni modulari che sorgono in seguito ad accordi occasionali e contingenti tra un gruppo di persone in vista della sola esecuzione di un colpo milionario, con ciascuno il proprio compito”. Qualcosa quindi di molto diverso dalla struttura del clan come la si è sempre immaginata. I soggetti arruolati provengono da squadre criminali che in realtà si occupano di tutt’altre attività criminali che possono però  essere utili per il colpo, come il traffico di armi o il furto di mezzi. La particolarità sta nel fatto che una volta completata l’operazione, ciascuno torna libero nella propria squadra. Si tratta di organizzazioni perfette ed assai efficienti, ma che durano il tempo necessario per il colpo. Quindi – spiega Laronga – sul piano giudiziario ne consegue che è molto difficile la dimostrazione dell’esistenza di un associazione di tipo mafioso riguardo queste bande”. Infatti le mafie si caratterizzano per la particolare stabilità del vincolo associativo. E le conseguenze sul piano pratico del discorso di Laronga non sono assolutamente trascurabili. Si passa infatti da un’incriminazione per associazione di tipo mafioso a quella di associazione a delinquere di tipo semplice, nel caso in cui la stessa banda metta a segno più colpi, o addirittura al concorso in rapina aggravata nel caso in cui il colpo sia solo uno. Quale vantaggio per i criminali? Non tanto pene ‘più leggere’, perché se da una condanna che va dai 9 ai 14 anni per i capi dell’associazione mafiosa – senza contare aggravanti e concorso con altri reati tipici del caso –  si scende a una che va dai  3 o 7 anni per i partecipanti all’associazione a delinquere, è altrettanto vero che il massimo edittale per la rapina aggravata è 20 anni.

    Quello cui mirano i criminali è invece un trattamento in carcere meno stringente. Infatti sono i condannati per associazione mafiosa a finire al cosiddetto ‘carcere duro’ con tutto ciò che ne consegue: isolamento in sezioni separate o addirittura in carceri di massima sicurezza, colloqui ridotti e iper-sorvegliati, controllo intrusivo sulla corrispondenza e limitazioni agli oggetti ricevibili dall’esterno. Si tratta di misure volte a recidere possibili contatti tra il mafioso e il clan all’esterno. Riuscire invece ad evitare il 41-bis consente a questi criminali, qualora vengano catturati (un rischio che a fronte di certi bottini sono disposti a correre) e condannati per rapina aggravata, di continuare a dirigere anche dal carcere i propri business illeciti, controllare il riciclaggio del bottino e magari fare conoscenza con altri criminali disposti a mettere a segno nuovi colpi.

    Insomma, come la DIA riferisce ormai da anni nelle sue relazioni semestrali, siamo in presenza di una mafia solida ed impenetrabile, ma che è difficile da incastrare per gli inquirenti. Ed è un paradosso se si pensa che, sebbene in queste bande non si possa ravvisare un vincolo stabile, dopo ogni colpo gli inquirenti ricostruiscono il ripetersi di un modus operandi comune: vere e proprie regole d’ingaggio che valgono nei confronti delle vittime ma anche tra i membri della banda stessi. Ed è altrettanto paradossale pensare che i ‘gangster’ cerignolani vantano ormai a livello nazionale, forse anche all’interno delle stesse carceri, quella forza intimidatrice tipica delle mafie. Un metus che non discende però dalle minacce o dal timore reverenziale verso un ‘mammasantissima’, ma dalla violenza e dalla sfrontatezza esibita nelle rapine, indici di una vis criminale che ha permesso loro nel 2018 di entrare a Catanzaro armati fino ai denti per svaligiare il caveau della ‘Sicurtransport’, in una terra dove la ‘ndrangheta fa da padrona e fa paura a tutti. Ma non ai cerignolani, a quanto pare.

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