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    “Quarta mafia”, il libro del procuratore Antonio Laronga presentato con l’Università di Foggia

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    Una mafia poco conosciuta perché poco raccontata, ma non per questo meno capace di soggiogare un intero territorio allungando le sue mani violente e insanguinate in tutto il Paese, andando anche molto lontano dalla sua zona d’origine. Parliamo della “quarta mafia”, definizione mediatica con cui ora si indicano le mafie foggiane. Considerata quarta, appunto, dopo mafia siciliana, ‘ndrangheta e camorra, si caratterizza per l’aver coniugato arcaicità e modernità, controllo locale con ambizioni globali. A raccontarla, attraverso un accurato lavoro di ricostruzione storica che va dalla fine degli anni ’70 ai giorni nostri, è chi l’ha conosciuta e combattuta in prima linea. Antonio Laronga, in magistratura dal 1993, sul territorio dal ’96 (con il suo primo incarico a Lucera) ed oggi procuratore aggiunto a Foggia, è l’autore del libro «Quarta mafia-La criminalità organizzata foggiana nel racconto di un magistrato sul fronte», edito da PaperFirst e con prefazione di don Luigi Ciotti. Un racconto che procede seguendo la strada lasciata da fonti giudiziarie e documenti investigativi, che testimoniano una lunga serie di attività illecite (contrabbando, narcotraffico, estorsioni) attorno alle quali si è scatenata una spaventosa e brutale scia omicida. I fari spenti con i quali questa criminalità ha potuto, troppo a lungo, agire le hanno permesso di fare il cosiddetto ‘salto di qualità’, permeando l’economia e la vita pubblica di una delle più grandi province d’Italia, fino a condizionare in taluni casi l’operato delle amministrazioni locali.

    Nel pomeriggio di mercoledì 31 marzo, il procuratore Laronga ha presentato il suo libro nel corso del primo di un ciclo di incontri, i «Dialoghi sulla legalità», che l’Università di Foggia terrà fino al prossimo 10 maggio sulla propria piattaforma e-learning e che sono stati inaugurati dai saluti del senatore Marco Pellegrini, coordinatore del comitato mafie foggiane in Commissione Antimafia. Pur avvalendosi di fonti giudiziarie ed investigative, il volume si presta ad essere accessibile anche ai non addetti ai lavori. Anzi, è lo stesso autore ad esortarne la lettura proprio rivolgendosi ad un pubblico più giovane. L’opera consta di tre parti, che approfondiscono rispettivamente: la “società” foggiana, la mafia garganica e la mafia cerignolana.

    Durante la discussione viene posto l’accento su quello che si rivelò un errore strategico molto grave da parte dello Stato, l’aver spostato, sul finire degli anni ’70, diversi affiliati della ‘nuova camorra organizzata’ di Raffaele Cutolo dalla Campania nelle carceri del foggiano. È di quel periodo il famigerato summit all’allora Hotel Florio, sul tratto di S.S. 16 che collega Foggia a San Severo, da cui il boss recentemente scomparso sancì la nascita della ‘nuova camorra pugliese’ (progetto destinato a naufragare pochi anni dopo). La memoria del dottor Laronga va successivamente ai due primi storici processi per mafia che hanno avuto luogo in provincia di Foggia, il processo Panunzio ed il processo Cartagine. In quel periodo i cittadini di Foggia e della provincia dovettero fare i conti con la più dura e drammatica delle realtà, non potendo più nascondere il fatto che efferate associazioni criminali avessero inondato di sangue questo territorio. Ed è proprio in merito al processo Cartagine – il cui titolare era l’allora magistrato Gianrico Carofiglio e che, dopo il blitz del giugno 1994, si sviluppò per tutto il ’95 fino a giungere al ’96 – che il procuratore Laronga pone un ineludibile spunto di riflessione, che dice molto su quanto i fenomeni criminosi di questo territorio siano stati troppo sottovalutati.

    Se il noto maxi-processo a ‘Cosa nostra’ portò a 19 ergastoli, quello Cartagine contro la mafia cerignolana ne fece arrivare 15. Eppure, quest’ultimo ebbe ben poca rilevanza mediatica, nonostante una lunga scia di illeciti ed omicidi (67 nel corso di 6 anni!) e qualcosa come circa mille anni totali di condanna. Il focus dell’incontro con gli studenti dell’Ateneo foggiano si sposta, nella parte conclusiva, sulla mafia garganica. Prende le mosse dalla cruenta guerra per il monopolio sull’economia zootecnica di fine anni ‘70 tra la famiglia Li Bergolis e i rivali Primosa, a Monte Sant’Angelo. Un susseguirsi di violenze ed omicidi andato drammaticamente avanti nei decenni successivi anche per mano delle generazioni successive dei Li Bergolis (usciti vincitori dalla faida), i quali estesero il proprio potere economico e sociale su tutto il promontorio del Gargano, fino a Manfredonia. Questo fu possibile grazie alla storica alleanza con la famiglia Romito. Gli effetti delle successive ondate di lotta, violenza e morte si sono protratti al 9 agosto 2017, giorno della strage di San Marco in Lamis, in cui vennero uccisi il boss di Manfredonia Mario Luciano Romito, il cognato Matteo de Palma e i fratelli Aurelio e Luigi Luciani, questi ultimi agricoltori e vittime innocenti poiché testimoni involontari dell’agguato. Quel giorno i media e l’opinione pubblica nazionale si resero conto, loro malgrado, di non poter più ignorare la portata di un fenomeno che prima di allora era derubricato a criminalità primitiva, faida pastorale o gangsterismo urbano. La mafia foggiana si è trasformata da tempo in una mafia moderna, un fenomeno complesso e pericoloso.

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