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    GLocal – Se Draghi non sa dire pace

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    Giornata significativa oggi in Parlamento che ha accolto l’intervento del presidente ucraino Zelensky (a distanza) e del presidente del consiglio italiano Mario Draghi.

    Uno Zelensky più pacato rispetto agli interventi in altri parlamenti occidentali degli scorsi giorni: non invoca la “no fly zone” e l’intervento diretto della Nato, non parla di Terza Guerra mondiale e non evoca altri eventi storici sensibili come l’”11 settembre” in America o l’Olocausto in Germania per accendere gli animi. Pacato ma – giustamente – non meno deciso nel raccontare le tremende condizioni dei suoi cittadini sotto il fuoco russo e l’esigenza di corridoi umanitari diretti in Europa. Tutto questo accolto con applausi e incoraggiamenti da parte della quasi totalità del parlamento (vi erano diversi assenti, soprattutto tra Lega, 5s e l’intero gruppo di Alternativa).

    Diverso il tono dell’intervento del premier Mario Draghi, che nel mostrarsi empatico e incoraggiante nei confronti di Zelensky, ha mostrato un decisionismo bellico – accolto con entusiasmo anche dall’Aula (compresa Fratelli d’Italia) – snocciolando termini quali “patriottismo”, “resistenza eroica”, aumento delle sanzioni e re-invio di armi con i muscoli ben in mostra.

    Lo fa, forte di un parlamento che alla quasi unanimità ha votato pochi giorni fa il decreto Ucraina che impegna l’esecutivo a incrementare le spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) con un aumento di oltre 10 miliardi l’anno. Si passerà, secondo i dati dell’Osservatorio Milex, da una spesa di 26 miliardi (68 milioni al giorno) a 38 miliardi annui (104 milioni al giorno). L’aumento delle spese militari dovrebbe iniziare già dal 2023 gradualmente fino ad arrivare a quota 38 miliardi nel 2027-2028.

    Tutto questo con il beneplacito di quelli che sfilano alle marce con la bandiera arcobaleno e l’elmetto, in tempi di pace citano Pappagalli verdi e che si turano le orecchie quando Papa Francesco dice che “La spesa per le armi è uno scandalo, non è una scelta neutrale”.

    Tante parole da parte di Draghi, ma nemmeno una che fosse un accenno all’impegno per un tentativo di mediazione, di recupero di una leadership europea, di una proposta condivisa da più superpotenze per provare ad arginare questa deriva bellica nei fatti, nelle rimostranze e nella comunicazione.

    Nessuna primavera all’orizzonte, nessuna alternativa possibile alle armi, nessuna de-escalation in vista tra le tante parole di un premier che non sa dire pace.