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    L’affare milionario del riciclaggio d’auto. Rubavano in tutta Italia, smontavano e rivendevano

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    Nove arresti domiciliari; 15 obblighi di firma e 2 di dimora: 39 indagati complessivi; 301 capi d’imputazione per associazione per delinquere, riciclaggio e ricettazione d’auto; 4 “batterie” specializzate in uno degli affari principali della criminalità cerignolana e del basso Tavoliere; 1037 pagine di ordinanza di custodia cautelare. Ecco i numeri del 29° blitz del 2022 in Capitanata; il 4° che a Cerignola colpisce organizzazioni che rubano veicoli in tutta Italia, li smontano per rivenderne le singole parti, dopo aver cancellato i numeri identificativi per impedire di scoprire l’origine. La Questura parla di clan che gestiva un business nell’ordine di 1 milione e 250 mila euro. Il gip del tribunale di Foggia, Michele Valente nell’accogliere parzialmente le richieste della Procura, ha anche disposto il sequestro preventivo di immobili, soldi, titoli di credito nei confronti di una ventina di persone. L’indagine è stata condotta dagli agenti del locale commissariato e dai colleghi di squadra mobile e Polstrada di Foggia. Disposti gli arresti domiciliari per Antonio e Savino Marco Russo di 52 e 32 anni di Ortanova, il compaesano Luigi Brattoli (48 anni); i cerignolani Savino Tristano (46), Francesco Leonardo Dimmito (28), Michele Cirulli (26), Gianluca Russo (43), Vincenzo Scalzo (43); e Alessio Santoro, 28 anni di San Giovanni Rotondo.

    A 22 dei 39 indagati complessivi dell’inchiesta il pm contesta di aver fatto parte di un’associazione per delinquere «attraverso il reclutamento di persone, la predisposizione di mezzi di svariato genere; la capillare diffusione di compiti in vista dell’incremento della propria quota di influenza nel mercato del commercio illecito di ricambi e componenti d’autoveicoli rubati». Secondo l’accusa quella sgominata nel blitz scattato all’alba è «un’aggressione criminale strutturata in 4 sottogruppi ciascuno dei quali aveva un preciso compito: dall’approvvigionamento e stoccaggio di componenti e ricambi di veicoli rubati alla vendita, in modo da soddisfare le richieste di mercato provenienti dalla clientela di ciascun gruppo». I ricambi delle macchine cannibalizzati venivano piazzati «anche pubblicizzando i prodotti su siti internet – prosegue l’atto di accusa – in modo da incrementare l’estensione della sfera di influenza commerciale su tutto il territorio nazionale». A questa imputazione si aggiungono 300 singoli capi d’accusa di ricettazione e riciclaggio.

    La “batteria” di cui avrebbero fatto parte gli ortesi Antonio e Savino Russo e Brattoli «era preposta anche con l’utilizzo di una pressa alla ricettazione e riciclaggio; gestiva un deposito-autodemolizione vicino al paese dov’erano trasportati e smontati i veicoli rubati». Un secondo gruppo composto da una dozzina di cerignolani avrebbe gestito un paio di siti all’interno di autoparchi dove finivano sia i veicoli rubati, destinati allo smontaggio sia componenti già sezionate per poi essere venduti, anche pubblicizzandoli su siti sul web. Un compito analogo viene attribuito dall’accusa a una terza e una quarta batteria (composte rispettivamente da 2 e 4 cerignolani) che avrebbero utilizzato un paio di depositi sulla statale 16bis quali centrali dell’affare.

    I pezzi di ricambio rubati venivano commercializzali su scala nazionale sia vendendoli direttamente al cliente sia on line. «Ogni indagato – scrive la Questura in un comunicato -aveva un compito preciso. Si tratta di connotati degni di una realtà imprenditoriale vera e propria, che gestiva l’intera filiera della merce: dal suo reperimento attraverso furti d’auto alla vendita al dettaglio. Il centro operativo dell’associazione era a Cerignola, dove venivano immagazzinati e commercializzati i ricambi. L’associazione funzionava come un’entità imprenditoriale ben strutturata, efficiente, flessibile, con una costante ricerca del massimo profitto. Il gruppo aveva a disposizione risorse e mezzi: soldi e beni strumentali di altra natura quali immobili, telefoni, auto non rubate, nascondigli, disponibilità di account di posta elettronica, spazi su internet usati a scopo pubblicitario. Sono state anche create società intestate fittiziamente ad alcuni indagati in modo da attribuire attraverso false fatture una parvenza di liceità a quanto veniva commercializzato».

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