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    “Potere e dominio nelle pratiche di cura”, Felice Di Lernia ha presentato il suo libro a Cerignola

    La riedizione “un po’ più potabile” del volume di successo scritto nel 2008 dall’antropologo di origini pugliesi, in un itinerario che attraversa per nuovi sentieri concetti come quelli di cura, potere, relazione e dominio. Una pubblicazione che si rivolge ai professionisti come ai non addetti ai lavori

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    «Un libro che ha il merito di essere fuori dal tempo». Definisce così una delle sue ultime pubblicazioni, dal titolo “Potere e dominio nelle pratiche di cura” (Durango Edizioni), Felice Di Lernia, antropologo, operatore sociale sin dai primi anni ’80 nonché fondatore della comunità “Oasi 2” di Trani di cui è stato dirigente fino al 2011. Esperto del terzo settore e delle politiche sociali, condivide i suoi scritti e la sua intensa attività sul blog curacultura.wordpress.com (che è possibile seguire anche mediante le pagine social “Felice Di Lernia-Curacultura”, su Facebook, e “Cura_Cultura”, su Instagram). L’occasione per presentare la sua opera – una riedizione in forma «un po’ più potabile» di “Ho perso le parole. Potere e dominio nelle pratiche di cura”, pubblicata nel 2008 con La Meridiana e che ha riscosso un notevole successo – è stata l’incontro con lettori e professionisti del settore che ha avuto luogo presso la libreria “L’albero dei fichi” a Cerignola, nella serata di sabato 2 marzo.

    Dialogando con la counselor Mattea Belpiede, Di Lernia ha intrattenuto i curiosi astanti accompagnandoli in un itinerario attraverso concetti come quelli di cura, potere, relazione e dominio, giungendo ad alcuni di essi per strade inedite. «I termini ‘potere’ e ‘cura’ presenti nel titolo sono considerati opposti nell’accezione comune – spiega l’autore a lanotiziaweb.it -. ‘Potere’ è considerato negativamente, quando in realtà il potere è una dimensione neutra dell’esistenza. È invece il dominio quella cosa brutta e che ci spaventa, e che noi chiamiamo ‘potere’ nel linguaggio di tutti i giorni. Quando, ad esempio, diciamo “Quella persona è attaccata al potere”: se non fosse attaccata al potere sarebbe morta. Il potere è fondamentalmente il movimento che consente il cambiamento. Quello che invece è negativo ed è espressione della cultura patriarcale è il dominio, cioè la tendenza a privare gli altri della libertà di cui godono. ‘Potere’ è affiancato a ‘cura’ perché non può esistere cura senza potere. Così come non esistono relazioni in cui non si eserciti un potere. La cura è il modo con il quale gli umani producono o evitano il cambiamento negli altri. Il potere è la capacità o possibilità di favorire o impedire il cambiamento. Tutto questo è per dire che non esistono relazioni che non siano di cura, non esistono relazioni che non siano di potere e dietro ogni esperienza o volontà di cura deve esserci una volontà di potere, cioè l’idea per cui scegliere un professionista della cura significa credere nel potere di permettere o evitare che si modifichi la vita degli altri».

    Col passare dei decenni l’idea di cura è stata stravolta nel suo significato, fino a renderla una sorta di prodotto commerciale: «Questo è successo perché negli anni Sessanta il mondo è cambiato. Ce l’hanno raccontato in diretta Pasolini e Morin, il consumismo ha letteralmente cambiato il mondo. Noi abbiamo vissuto per secoli in quella che potremmo definire una società della cura. Oggi questa società non esiste più, viviamo invece la società dei consumi. La nostra religione principale è il capitalesimo e la dottrina che applica è il consumanesimo. Le grandi cattedrali della domenica sono i centri commerciali, i sacerdoti sono i testimonials e gli influencers. Una cosa detta da Chiara Ferragni ha molto più seguito di una detta invece dal parroco, dal vescovo, ma anche dal Papa. Al di là delle simpatie che si possono provare nei suoi confronti, ciò che dice il Papa non produce comportamenti differenti. Una bella campagna pubblicitaria produce invece cambiamenti e comportamenti. Questo accade, come detto, perché non viviamo più nella società della cura, al massimo di piccole relazioni di cura, ma tutte immerse in un brodo che è quello del mondo del consumo. Anche le relazioni fra persone sono spesso di tipo consumistico».

    In conclusione, un focus sulle mancanze della scuola della nostra parte di mondo e il ruolo che invece dovrebbe giocare: «Al di là delle migliori intenzioni, della bravura e della competenza di migliaia e migliaia di insegnanti, la scuola tradizionale in quanto tale è un’istituzione del patriarcato. La scuola esiste perché tuteli la cultura patriarcale. Le idee del merito, del voto, della promozione, dell’ubbidienza, della disciplina sono istituti radicalmente patriarcali. La scuola non può far nulla da questo punto di vista, se non ripensa profondamente sé stessa. Morin molti anni fa ha scritto che la scuola occidentale è completamente sbagliata. L’idea è che debbano esistere programmi lineari, quando invece la mente è complessa e si impara a zolle e non in modo lineare. E soprattutto la scuola non ha competenze emotive, non è interessata alla dimensione spirituale delle persone. Con spirituale non intendo l’aspetto religioso, ma quella capacità di entrare in contatto con la propria fragilità, i propri sogni, le proprie emozioni. La scuola inibisce questo».

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