All’interno del ricco calendario della rassegna “Il Maggio dei Libri”, trova spazio un incontro che spinge verso una profonda riflessione e a riformulare lo sguardo con cui ci si rivolge all’altro, al cosiddetto “diverso”. Nel pomeriggio di giovedì 21 maggio, presso la Biblioteca di Comunità di Cerignola, ha avuto luogo la presentazione del libro «Irriducibili-Alterità dell’anima zingara» di Dijana Pavlović, edito per Upre Roma. Dijana Pavlović è un’attrice, attivista e mediatrice culturale serba, naturalizzata italiana, nata da una famiglia di etnia Rom. “Irriducibili” va ben oltre l’essere un libro: è infatti un atto di resistenza culturale, in cui l’autrice parte dalla propria esperienza personale per giungere ad una più ampia riflessione sociologica e politica sulle condizioni dei popoli Rom e Sinti. Pavlović ne ha discusso, ospite di un evento che si inserisce nel quadro delle attività promosse nell’ambito del Progetto Nazionale per l’Inclusione e l’Integrazione di bambine, bambini e adolescenti Rom, Sinti e Caminanti, finanziato dal PON Inclusione 2024-2026. Il progetto è realizzato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in collaborazione con l’“Istituto degli Innocenti”, per il tramite dell’Ambito Territoriale di Cerignola, in partnership con il RTI composto dalle cooperative “Un Sorriso per Tutti”, “Social Service”, “Charlie Fa Surf”, “Misericordia” di Orta Nova e dall’“ODV Servi Inutili”.
All’incontro, moderato da Gioacchino Matrella de lanotiziaweb.it, hanno presenziato, fornendo la propria visione ed esperienza: il sindaco di Cerignola, Francesco Bonito; la vicesindaca e Assessore al Welfare, Maria Dibisceglia; la responsabile del progetto dell’Ambito di Cerignola (coordinamento interno), Teresa Specchio; la rappresentante ATS della Cooperativa “Un Sorriso per Tutti”, Maria Rosaria Muggeo; il tutor del progetto per l’integrazione dei bambini Rom, Sinti e Caminanti dell’“Istituto degli Innocenti”, Gilberto Scali.
«Il libro nasce da due esigenze – spiega l’autrice -. La prima è di carattere personale. Dopo vent’anni di attivismo, stando in prima linea, provandole tutte, mi sono chiesta a un certo punto cosa stessi facendo e perché. Quindi ho sentito il bisogno di una riflessione profonda su cosa significasse tutto questo, per me e per la società in cui vivo. La seconda motivazione è cercare, mentre viviamo un momento terribile, osceno, in cui il sistema di valori sta totalmente crollando, di porre l’attenzione sul fatto che il popolo Rom ha subito nel corso dei secoli, per quasi mille anni, discriminazioni, massacri, genocidi, riduzione in schiavitù. Ma allo stesso tempo è un popolo simbolo di qualcosa di forte, e questo ha causato accanimento contro di loro. Ho voluto indagare su questo». Dijana Pavlović conduce quindi gli astanti e i lettori a scoprire, ad esempio, come quello Rom sia un popolo che non ha mai ambito ad avere uno Stato proprio e non ha mai armato un proprio esercito. Così come è di fondamentale importanza scoprire e recuperare la memoria storica, come per il “Porrajmos”, cioè lo sterminio dei Rom e dei Sinti durante l’Olocausto: una tragedia che è stata per troppo tempo una memoria dimenticata.
Si passa quindi all’attualità: l’alterità, spesso avvertita con diffidenza se non con paura, deve invece essere concepita come ricchezza. Diffidenza e paura a cui ha contribuito una certa fetta di media, le cui responsabilità arrivano però fino a un certo punto: «Alla fine sono degli strumenti, non vanno trasformati in un capro espiatorio. Il linguaggio dei media è ciò che appare in superficie: bisogna quindi indagare più a fondo». Questo libro vuole essere soprattutto un invito alla conoscenza e al dialogo. Su tale presupposto, l’autrice consegna in conclusione quello che auspica essere almeno uno dei messaggi che giungono al lettore: «I Rom sono riusciti a sopravvivere a tutto: non solo materialmente, ma anche con la propria cultura, con il proprio modo di essere e la propria visione del mondo. La società civile occidentale non ha ancora compiuto del tutto un percorso di questo tipo. Forse è una provocazione, ma solo a quel punto avremo una comune visione del mondo senza frontiere, senza guerre, con una convivenza pacifica e un sistema in cui il potere è più orizzontale».



