Una narrazione particolare quanto necessaria, attraverso un ribaltamento di prospettiva in cui a prendere la parola sono principalmente gli studenti, con il loro linguaggio. Un itinerario alla scoperta di una generazione nata all’alba del nuovo millennio e che è cresciuta nelle incertezze date dalle politiche scolastiche degli ultimi governi italiani, dimenandosi fra crisi sociale, crisi economica e altre criticità, fino a completare il proprio ciclo di studi e diventare, o scoprirsi, adulta. È quanto è fondamentalmente racchiuso in «Prof., te la imparo io!» (edizioni La Meridiana), libro di Giancarlo Visitilli. Docente di Lettere, scrittore e giornalista, originario di Bari, Visitilli ha presentato la sua opera nel pomeriggio di sabato 16 maggio nella Biblioteca di Comunità di Cerignola, in uno degli incontri previsti dal ricco calendario della rassegna de ‘Il Maggio dei Libri’. Dialogando con Pasquale Braschi e con il pubblico presente, l’autore ha riavvolto il nastro della sua lunga esperienza di docente ed educatore per proporre una rilettura del mondo degli adolescenti, fatta attraverso il loro sguardo e soprattutto le loro parole: anche sgrammaticate, come quella contenuta nel titolo, dal momento che possono essere portatrici di verità.
«Sono convinto che non si può insegnare se non si impara, e non si può imparare senza insegnare – spiega Visitilli a lanotiziaweb.it -. Il titolo del libro viene da una delle mie prime esperienze di insegnante, fatta 26 anni fa, quando uno studente mi disse ‘Professo’, se ti vuoi insegnare la scuola, te la imparo io!’. Da quel giorno mi sono convinto che i verbi imparare e insegnare non possono essere disgiunti. E noi, come genitori, come insegnanti, come preti, come educatori in genere, insegniamo stando lì a credere che diamo soltanto, mentre invece siamo lì anche a ricevere e imparare». L’autore pone l’accento sull’importanza di osservare attentamente i nostri ragazzi, farli entrare nella dialettica educativa, educarli dando loro le regole e l’esempio, farli crescere non con la cultura del “devo” ma del “voglio”. E, in merito allo scambio continuo di ruoli fra docente e discente, afferma che «imparo dagli adolescenti soprattutto quando ci rinfacciano di non dimenticare chi eravamo. Questo è un insegnamento importante che aiuta a stare all’erta, a non dimenticare che siamo diventati educatori anche attraversando noi la fase adolescenziale. Credo che, da un punto di vista educativo, anche per i genitori questo possa essere molto importante: non dimenticare chi si era all’età dei propri figli. Non ho mai creduto alla narrazione dell’‘Ai miei tempi’: i tempi sono quelli di tutti, di ciascuno, quindi ribadisco: non dimentichiamoci chi eravamo».
Degli adolescenti sono stati purtroppo i protagonisti di un efferato crimine avvenuto nella vicina Taranto e che ha sconvolto il Paese: il barbaro omicidio del bracciante, originario del Mali, Bakari Sako. Un’inquietante pagina di cronaca nera di cui Visitilli fornisce la sua chiave di lettura: «Sono convinto di una cosa: che gli umani, per cambiare, abbiano bisogno della bellezza. Ho letto in questi giorni che alcuni di questi ragazzi non frequentavano la scuola. Quando l’umano smette di frequentare la bellezza, si abbruttisce: è così per i detenuti, è così per gli adolescenti, è così per chi vive in periferie in cui è abbandonato, dove a intercettare la bellezza si fa fatica». Esattamente in questa direzione è di fondamentale importanza l’operato di chi non ha paura di sporcarsi le mani, come la Cooperativa Sociale “I bambini di Truffaut”, fondata a Bari da Giancarlo Visitilli e che si occupa di curare e salvaguardare infanzia e adolescenza disagiate: «Io sono un “salvato” dalla cultura e proprio per questo dico che portare nelle piazze la bellezza gratuita, al servizio di bambini, di adolescenti, di nuclei familiari dove c’è carenza economica, culturale, sociale, è fondamentale. Dal prossimo mese fino a fine luglio curerò un Festival, che dirigo da ormai 17 anni, dove si offriranno il cinema e la letteratura con la partecipazione di grandi autori. Ma non è tanto importante l’autore in sé – conclude – quanto l’idea che la bellezza vada portata in piazza, per tutti e gratuitamente».



