Omicidio Donato Monopoli, ridotte le pene in Appello. I genitori: «Un insulto alla vita umana»

Annunciato il ricorso in Cassazione: i giudici hanno inflitto sette anni a Stallone e quattro a Verderosa

Si è chiuso ieri il processo d’Appello a Bari relativo alla morte di Donato Monopoli, il giovane 26enne di Cerignola deceduto dopo sette mesi di coma a seguito di un pestaggio subito la notte del 6 ottobre 2018 alla discoteca “Le stelle” di Foggia. I giudici hanno ridotto le pene per gli imputati dell’aggressione, comminando le pene di sette anni e due mesi di reclusione a Francesco Stallone e quattro anni, undici mesi e e venti giorni a Michele Verderosa. Il procedimento era tornato davanti alla Corte d’Appello dopo che, nel febbraio 2025, la Corte di Cassazione aveva annullato la precedente sentenza emessa il 29 maggio 2024 dalla prima sezione della Corte d’Appello di Bari. In quell’occasione i due imputati erano stati condannati rispettivamente a dieci e sette anni di reclusione, dopo che l’accusa era stata riqualificata da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale.

Attraverso la pagina Facebook “Giustizia per Donato”, i genitori del ragazzo hanno espresso tutta la rabbia, il disappunto e l’amarezza per la sentenza. «La vita di nostro figlio Donato per lo Stato italiano vale 7 anni a Stallone e 4 anni a Verderosa. Questa non è giustizia: è un insulto alla vita umana. Oggi le istituzioni hanno messo un prezzo ridicolo sulla testa di un ragazzo di 26 anni. Un ragazzo solare, onesto, un lavoratore strappato ai suoi sogni da una violenza inaudita. Quattro e sette anni di pena sono lo schiaffo più violento che una madre e un padre potessero ricevere dallo Stato in un’aula di tribunale – si legge nella nota -. Ringraziate la burocrazia, i raggiri procedurali e gli sconti di pena che vi permetteranno di tornare presto alla propria vita, l’unica condanna all’ergastolo, definitiva e senza sconti, è quella che abbiamo ricevuto noi. Quella sedia vuota a tavola urlerà la mancanza di Donato per il resto dei nostri giorni. Per nostro figlio non esistono permessi premi o sconti di pena: lui è stato condannato a non esserci più».

I genitori annunciano di proseguire la battaglia, con il ricorso in Cassazione: «Se qualcuno, là dentro, pensa di averci inflitto il colpo di grazia e di aver chiuso la partita, ha fatto male i suoi calcoli. Noi non ci fermeremo. Non aspetteremo che il tempo passi per far dimenticare l’orrore. Questa sentenza vergognosa non ci piega: ci dà solo la rabbia necessaria per andare avanti. Ricorreremo in Cassazione. Impugneremo ogni singola carta e combatteremo con le unghie e con i denti fino all’ultimo livello di giudizio. Non arretreremo di un solo millimetro: lo dobbiamo alla dignità di Donato, al suo sangue e alla sua memoria. Chi ha spento la luce di nostro figlio deve pagare, e noi saremo la loro ombra finché non sarà fatta vera giustizia. Donato, mamma e papà sono in piedi. Più forti di prima».

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