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    Cerignola, le parole di Don Ciotti alla comunità. L’augurio: “vivere senza lasciarvi vivere”

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    E’ tornato a Cerignola il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti. “Il piccolo uomo innamorato della giustizia e della legalità”, 70 anni compiuti il 10 settembre scorso, è tornato ieri, con il Vangelo in una mano e la Costituzione nell’altra, nella Parrocchia di San Domenico per parlare di “responsabilità e giustizia sociale”. Già lo scorso gennaio si era recato, a sorpresa, nel centro ofantino per visitare il Presidio cittadino di Libera “Hiso Telaray”, coordinato da don Pasquale Cotugno, e due beni confiscati alla malavita locale: “Laboratorio di Legalità Francesco Marcone”, in Contrada Toro, e “Terra Aut”, in Contrada Scarafone. Due testimonianze concrete della vittoria dello Stato sulla mafia, a 20 anni dalla storica operazione Cartagine. “Una terra meravigliosa – aveva dichiarato – ma anche molto amara, ricca di contraddizioni e di fragilità” su cui il numero uno di Libera ha voluto portare nuove impronte di legalità e di speranza. E lo ha fatto proprio nel giorno in cui è stato reso noto il nome del nuovo Pastore della Diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, don Luigi Renna che, a fine anno, succederà a Mons. Felice Di Molfetta. “Trovo bellissimo che il vostro nuovo Vescovo – ha dichiarato don Ciotti – sia entrato nelle vostre case ‘abbracciando chi fa più fatica’. E’ soprattutto dei più fragili che dobbiamo occuparci”. Mentre spira vento nuovo sulla chiesa cerignolana, non è passata inosservata, ieri sera, l’assenza delle istituzioni e di buona parte del clero. Nessun rappresentante dell’Amministrazione Metta ha portato i saluti a don Luigi Ciotti, nemmeno il Vice Sindaco, la ‘cattolicissima’ Mimma Albanese. Solo più tardi è comparsa l’Assessore alla Cultura Giuliana Colucci. Replica pomeridiana del Sindaco a mezzo stampa: “Benché non sia giunto a Palazzo di Città alcun invito da parte del locale referente dell’associazione, don Pasquale Cotugno, l’Amministrazione comunale ha comunque voluto essere presente all’evento. Devo però aggiungere che la decisione di don Pasquale, scortese ed irrispettosa nei confronti dell’istituzione che rappresento, mi ha profondamente rammaricato”.

    Presente, invece, oltre a un nutrito gruppo del Partito di Via Mameli, l’ex Sindaco, Antonio Giannatempo. “Quando era in carica non c’è stato incontro dove non siamo entrati in contrasto – ha ricordato don Pasquale – ma sempre con grande rispetto dei ruoli. Lo ringrazio per il sostegno che ci ha dato. E’ grazie anche alla sua Amministrazione che oggi, sul nostro territorio abbiamo tanti beni confiscati ed assegnati a cooperative e associazioni”. Approfitta della presenza di don Ciotti, don Pasquale, per tornare sulla mancata adesione di Metta alla campagna anticorruzione di Libera ‘Riparte il Futuro’. Una querelle, scoppiata a pochi giorni dall’insediamento della nuova Amministrazione, poi messa da parte con una stretta di mano pubblica, alla conferenza stampa di presentazione del campo di studio e di lavoro “E!state Liberi”. “Una campagna – ha dichiarato il Parroco – che è stata quasi totalmente inascoltata e disattesa nei contenuti. L’invito è stato rinnovato, su un bene confiscato, al Vice Sindaco, con una delibera di trasparenza a costo zero. Ma ancora nulla”. “Come Presidio – aggiunge – ci proponiamo di vigilare affinché tutti possano operare all’insegna della trasparenza e della legalità. Ma spesso questo non accade. Non accade quando vi sono scelte politiche, amministrative che non sono trasparenti. Quando si scelgono persone che hanno un carico penale pendente. Come ci ha suggerito Caterina Chinnici, ospite qualche giorno fa alla Fiera del Libro, quello che dobbiamo combattere è il metodo mafioso. E il metodo mafioso si perpetua quando si calpestano i diritti, la legalità, la trasparenza. I politici sono nostri dipendenti. Devono dare conto a noi ogni volta che compiono una scelta. Quando queste scelte non vengono fatte all’insegna della trasparenza noi dobbiamo imparare a protestare e a rivendicare i nostri diritti”.

    Durante l’incontro, al quale ha preso parte anche il Prof. Angelo Giuseppe Dibisceglia della Facoltà Teologica Pugliese, il referente nazionale di Libera ha toccato i temi della giustizia sociale e dei diritti di cittadinanza, tra Costituzione e Vangelo. Un lungo intervento, il suo, che ha che ha commosso e fatto riflettere la numerosa platea. “C’è molta politica, in senso lato, come impegno per il bene comune, nel Vangelo, quando denuncia, soprusi, ipocrisie, violenze. E c’è tanto Vangelo nella Costituzione”. “La prima forma di legalità -dice don Ciotti- è proprio la fedeltà alla Costituzione che è il primo testo antimafia”. “Un progetto grandioso che ci ha portato dallo sperare nelle persone allo sperare con le persone”. “Un manuale di cittadinanza” che deve “diventare sempre più cultura e costume” e che sancisce gli stessi principi del Vangelo, in cui sono contenuti valori cristiani, socialisti e liberali. Ideali che trovano una sintesi nella comune aspirazione della persona a essere riconosciuta nella sua dignità. “Uno Stato che ha milioni di persone in una povertà assoluta e relativa, e milioni di persone senza un lavoro, è un Paese che ha bisogno di pace – questo l’appello di don Ciotti -. Chi perde il lavoro va incontro alla morte civile. Chi è povero non è libero e perde la dignità. Vivi morti, schiacciati da un’economia assassina piegata alle regole del profitto e non dei diritti”.

    “Ma non c’è pace senza giustizia sociale, ovvero uguaglianza, dignità e diritti per tutti”. E la giustizia, secondo il prete di strada, si costruisce su verità, onestà e responsabilità. Un invito, il suo, a non temere e a non occultare le verità più scomode perché “non ci può essere pace senza ricerca della verità, senza trasparenza del potere nella politica”. Ma è solo in una società con una robusta cultura della responsabilità che “il rispetto della legalità ne è la conseguenza più evidente”. Bisogna, pertanto, educare al desiderio di responsabilità e alla responsabilità di educare che è -secondo don Ciotti- la capacità di guardare oltre, di aprire gli occhi sul mondo, di risvegliare la coscienza sulle ingiustizie di questa terra. Perché se manca la responsabilità, “la legalità diventa un passivo conformarsi a regole non sempre orientate al bene comune”. E’ l’idea di cittadinanza come corresponsabilità quella che don Ciotti invita ad accogliere. “La democrazia -ha spiegato- si fonda su due grandi doni: dignità umana e giustizia. Ma la democrazia di un Paese non sta in piedi se non c’è la responsabilità. Quella che chiediamo ala politica, alle istituzioni. Ma c’è una quota di responsabilità che tocca a noi, cittadini veri, responsabili, che non stanno alla finestra a guardare. Ogni persona è chiamata a contribuire al bene comune che è premessa al bene individuale”. “Ma basta parlare di legalità” – ammonisce don Ciotti – “Tutti si riempiono la bocca in questo Paese, cominciando da quelli che la calpestano tutti i giorni. In questi 20 anni in cui ci siamo battuti, promuovendola, sostenendola, incoraggiandola, ma dall’altra parte è cresciuta la legalità malleabile e sostenibile. Anzi, abbiamo assistito a leggi che hanno calpestato la Costituzione”. Come quella sui migranti che c’è voluta la Corte costituzionale europea per dire che non era possibile”. E il pensiero va ai “morti dei naufragi della speranza negata”. “Gridiamolo ad alta voce in questa chiesa – invita don Ciotti – che è una vergogna che la politica europea si sia mossa solo quando è circolata sui giornali la fotografia di quel bambino morto sulla spiaggia. Non li avevano visti quegli altri bambini morti sulle spiagge, quelli asfissiati nei camion delle frontiere, quelli in fondo a quei barconi? Un mondo dove viene negata la possibilità dell’oltre e dell’altrove è un mondo dove viene negata la speranza e la conoscenza, ovvero la dignità della persona”.

    Nessuno può essere condannato a vita dal suo luogo di nascita. Se fugge e va a cercare la dignità da un’altra parte. Quelle morti – aggiunge – non si aspettano le nostre lacrime, la nostra indignazione. Si aspettano il coraggio di costruire un mondo più umano dove riconoscersi diversi come persone ma uguali come cittadini”. Nelle parole di don Ciotti vi è anche la denuncia dell’emergere di forme di razzismo verso gli immigrati, i rom, verso situazioni fragilità, “segno – ha detto – di uno spaventoso regresso etico e culturale”. Si rivolge allora ai “cittadini ad intermittenza”, quelli che si “commuovono ma non si muovono”. “La fede autentica – come ha ricordato – implica il desiderio di cambiare il mondo”. C’è un invito anche alla speranza nelle parole di don Ciotti. “Speranza si chiama inclusione – ha dichi