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    La mafia fluida di Foggia, tre clan si dividono rapine ed estorsioni. Omicidi e omertà: così nasce la quarta piovra

    Al confine tra Basilicata, Molise, Campania e Puglia le associazioni criminali giocano una partita tutta loro, basata su regole arcaiche, silenzio e nessun collaboratore di giustizia. "Un fenomeno nuovo che seguiamo con attenzione", dice il questore Piernicola Silvis. "La Società, i clan di Cerignola e quelli garganici - spiega - sono ancora realtà separate, ma potrebbero amalgamarsi e creare una cupola estendendo la loro influenza al di fuori del territorio nel quale hanno agito finora”. Intanto il ministero dell’Interno ha creato un nucleo del Ros dei carabinieri, mentre anche la commissione Antimafia lancia l'allarme

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    Nicola Salvatore e Isabella Rotondo li hanno ammazzati nella loro profumeria in una delle vie principali di San Severo, il 24 maggio scorso. Di prima mattina e con un’azione fulminante, da killer professionisti. Trenta secondi per scendere da un pick-up, entrare nel negozio, centrare prima lui e poi mirare alla testa di lei. “Una scena raccapricciante”, la descrivono gli investigatori che hanno visionato i filmati. L’agguato è maturato in ambienti criminali: probabilmente una vendetta trasversale dovuta al fatto che il figlio dei due, ancora minorenne, a ottobre aveva ucciso un coetaneo per questioni legate a una ragazzina contesa. Poche ore dopo il loro omicidio, a Vieste, è scomparso Pasquale Notarangelo, figlio di Onofrio, fatto fuori il 27 gennaio, e nipote di Angelo “Cintaridd”, elemento di spicco della criminalità organizzata foggiana assassinato due anni fa. Lupara bianca, sospettano gli inquirenti.

    In 6 mesi, 9 morti e 3 lupare bianche: “Situazione critica”
    Sarebbe il terzo caso dall’inizio dell’anno, l’ennesimo macchiato di sangue nella provincia di Foggia. Dopo i 15 omicidi tra gennaio e dicembre scorsi, il 2017 si è aperto con la morte di Vincenzo Vescera, pregiudicato 32enne, ed è proseguito con le esecuzioni diGiuseppe Anastasio, che nel 2012 aveva ucciso per errore una bambina durante un agguato, e Giuseppe Silvestri, freddato alla periferia di Monte Sant’Angelo. A Torremaggiore, il 28 aprile, è toccato a Pasquale Maiellaro, netturbino con un omicidio per futili motivi alle spalle e nulla che apparentemente possa collocarlo sullo scacchiere della criminalità organizzata: lo hanno freddato con sei colpi di pistola alle 7 e mezza del mattino mentre raccoglieva i rifiuti. Antonio Petrella e suo nipote Nicola Ferrelli, ritenuto vicino al clan Di Summa, li hanno ammazzati senza pietà il 20 giugno alla periferia di Apricena. Dopo averli affiancati in corsa, i killer hanno crivellato di colpi la loro auto con pistole, fucili e kalashnikov. Poi sono scesi e, secondo la ricostruzione degli investigatori, hanno finito i due con diversi colpi al volto, sfigurandoli. Una mattanza. La malavita foggiana è violenta, apre il fuoco con disinvoltura. Regolamenti di conti e vendette hanno lasciato 9 morti sull’asfalto e fatto sparire nel nulla 3 persone negli ultimi sei mesi, nonostante l’incessante lavoro di polizia e carabinieri. “Nelle nostre missioni in varie zone d’Italia abbiamo registrato due criticità, una delle quali riguarda Foggia, dove ci è stato sottolineato il problema di immettere personale che abbia la capacità di leggere problematiche che prima non c’erano“, ha detto la presidente Rosy Bindi in una recente seduta della commissione Antimafia.

    La  Dna: “Impenetrabile, spietata e pericolosa”
    L’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia, presentata negli scorsi giorni, evidenzia invece “lo spessore qualitativo della criminalità organizzata” foggiana, definita“impenetrabile, spietata e pericolosa”. E oltretutto proiettata, si legge nel documento della Dna, verso “un inarrestabile processo di infiltrazione non solo di tipo economico, ma anche amministativo-politico nella società civile”. Tra gli elementi che supportano la “solidità” e la “impenetrabilità” dei clan viene segnalato il “contesto civile della zona, caratterizzata da arretratezza culturale, omertà e illegalità diffusa”. Un “connubio micidiale”, scrive la Dna, che ha portato a un “capillare controllo del territorio” da parte di un’organizzazione criminale “moderna e flessibile”, proiettata verso il “modello di mafia degli affari”, ma che trae “la sua forza dalla capacità di coniugare la sua proiezione più avanzata con i tradizionali modelli culturali del territorio, primo tra tutti l’ omertà”. E usa una “metodologia di imposizione delle proprie regole – all’interno e all’esterno dei gruppi – basata sulla forza che si trasforma in ferocia, con regole di vendetta e di punizione mutuate dalle più arcaiche comunità agricolo-pastorali“. Obiettivi raggiunti e consolidati “con una lunga scia di sangue e anche con un numero impressionante di “lupare bianche”, su cui gli inquirenti del Distretto stentano a far luce” a causa anche di due elementi inquietanti: “Nessun apporto collaborativo da parte della popolazione” e  “assenza di collaboratori di giustizia”.

    Il grande silenzio: “Zero pentiti”
    È difficile mettere ordine in questa terra di confine tra Basilicata,Molise e Campania dove le mafie giocano una partita tutta loro, basata su regole arcaiche e silenzio. Nel quadrilatero tra il capoluogo, la vicina San Severo, il Gargano e Cerignola nessuno ha mai saltato il fosso per farsi pentito. Le parole della Dna vanno prese letteralmente: zero collaboratori di giustizia. “Ci proviamo ogni volta, ma non parla mai nessuno. Ci manca la conoscenza della struttura interna di questi gruppi, che non hanno riti di affiliazione ma sono impenetrabili e familistici come la ‘ndrangheta e violenti come la camorra”, spiega il questore di Foggia, Piernicola Silvis, tornato nella sua città quattro anni fa. Da allora, sono state decine le operazioni contro i circa 800 affiliati ai 28 clan, frammentati in tre criminalità organizzate che si spartiscono una delle province italiane con il territorio più vasto.

    A Cerignola con gli Ak47 contro i blindati
    I gruppi di Cerignola vivono soprattutto di assalti ai mezzi blindati. L’ultimo risale al 29 maggio, come testimonia il video in basso. Un commando di quattro persone, armate di kalashnikov, ha rapinato un portavalori che stava consegnando il denaro a una finale del Banco di Napoli. Sventagliate di Ak47 contro le vetrine, un vigilantes colpito alla testa con il calcio di un fucile, 190mila euro di bottino, venticinque secondi tra l’arrivo e la fuga: un’azione paramilitare alle 8 del mattino nel cuore del paese. “Sono esperti e chirurgici. Colpiscono non solo lungo le strade pugliesi ma in tutta Italia, dalla Calabria alla Lombardia”, dice Silvis. E proprio alle porte di Milano, risiedono ormai da anni i vertici del clan Piarulli-Ferraro, il più ‘pesante’ della mala cerignolese. “È una vera e propria criminalità a sé stante, che si autoalimenta e autogestisce”, spiega il questore. E ha a disposizione grandi quantità di armi, come dimostrò il sequestro di un arsenale da guerra – corredato da ‘listino della spesa’ – nell’aprile 2014.

    La calma apparente di Foggia dopo 2 anni di fuoco
    Nel capoluogo del Tavoliere e nella vicina San Severo spadroneggia invece la Società Foggiana. Altra ‘pasta’ rispetto a Cerignola e nulla a che vedere con i gruppi baresi né con la Sacra Corona Unita salentina. Qui la storia inizia negli anni Settanta, quando la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo prova a conquistarsi uno spazio vitale, ma dopo aver organizzato la malavita viene estromessa dal territorio. Passata attraverso sette guerre di mafia, oggi Foggia è controllata da due clan, guidati secondo gli inquirenti da Roberto Sinesi e Rocco Moretti, 55 e 67 anni. “Data la vicinanza geografica tra le due città, i clan del capoluogo hanno ormai cooptato i sanseverini – racconta il questore –  L’ultimo omicidio risale ad ottobre, ma da allora continue operazioni hanno riportato in galera le figure di spicco