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    Fiera del Libro, la giornata conclusiva con Giovanni Impastato e Antonio Padellaro

    Legalità e politica i temi principi degli incontri di ieri. Cala il sipario sulla decima edizione della manifestazione

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    Cala il sipario sulla decima edizione della Fiera del Libro di Cerignola. Durante l’opening della giornata conclusiva sono state presentate le buone pratiche per favorire lo sviluppo delle biblioteche sul territorio, come l’iniziativa promossa dall’I.C “Di Vittorio-Padre Pio” e la “Biblioteca ospedaliera per degenti” dell’ospedale Tatarella. Alle 11.30 è stata la volta della presentazione del libro “Cerignola, storie di palazzi, palazzi nella storia” di Domenico Carbone che ha parlato dell’edilizia storica del centro ofantino assieme al prof. Trifone Gargano. L’antimafia e la politica sono stati invece le protagoniste degli eventi serali.

    GIOVANNI IMPASTATO: “OLTRE I CENTO PASSI”

    La testimonianza di Giovanni Impastato sarà ricordata come uno dei momenti più forti e sentiti dal pubblico della decima edizione della Fiera del Libro. Il fratello di Peppino Impastato, ucciso da Cosa Nostra il 9 maggio 1978 a Cinisi e divenuto simbolo della lotta alla mafia, ha presentato il suo libro intitolato “Oltre i cento passi” col quale si vuole rendere ulteriore giustizia all’immagine di Peppino: «Ad un certo punto delle nostre vite io e la mia famiglia ci siamo ritrovati a dover difendere Peppino dall’immagine che il film sulla sua vita, un lavoro comunque meraviglioso, offriva di lui – spiega Giovanni Impastato spiegando le ragioni che lo hanno convinto a scrivere -. La cinematografia ci presenta degli eroi che possono sembrare irraggiungibili a tal punto da scoraggiare chi vuole seguire il suo esempio di lotta e protesta. Per me Peppino non è una figura mitologica ma un esempio concreto che si può seguire». La storia di Peppino Impastato insegna ancora a distanza di anni che per vincere le battaglie contro la mafia è necessario avere fiducia nello Stato e fare rete, anche andando oltre le differenze politiche ed ideologiche: «Nel corso delle indagini e del processo abbiamo subito diversi tentativi di depistaggio da parte di organi deviati dello Stato. Ma non per questo abbiamo fatto di tutta l’erba un fascio e abbiamo perso la speranza, anzi, abbiamo dato ancora fiducia allo Stato e siamo stati ricompensati -conclude Giovanni -. Di fronte a queste sfide non bisogna acuire le tensioni sociali, altrimenti non otterremo mai niente».

    CARLO BONINI E GIULIANO FOSCHINI: “TI MANGIO IL CUORE”

    Mafia e antimafia sono anche il tema di “Ti mangio il cuore”, il saggio scritto dai giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuliano Foschini che nel loro libro analizzano la criminalità organizzata del foggiano. Il titolo è una frase estrapolata da un’intercettazione ambientale che ha catturato le brutali parole di un boss della mala Garganica: «Già da questa frase possiamo capire quali sono i caratteri della mafia del foggiano – spiega Bonini -. Una criminalità primitiva e ferina che arriva a ‘cannibalizzare’ le proprie vittime massacrate e sfigurate in maniera brutale». Ma non bisogna lasciarsi ingannare. Infatti, come spiega Giuliano Foschini: «La scelta di raccontarsi e voler apparire come dei ‘montanari’ ignoranti è una scelta compiuta dai clan per mantenere i riflettori spenti sul loro operato quando invece si tratta di mafie molto ben organizzate e astute». Un obiettivo che secondo il Procuratore capo di Foggia Ludovico Vaccaro, anch’egli presente al dibattito, le consorterie criminali della Capitanata e del Gargano hanno conseguito e mantenuto per molto tempo, poichè sulla mafia locale si è iniziato ad indagare solo negli ultimi vent’anni. Per molti anni si è considerata la mala del Nord pugliese quasi una mafia di ‘serie b’, quando al contrario si dimostrava più feroce della ‘ndrangheta. La prima ad essere “riconosciuta” dalle sentenze della Cassazione è stata proprio quella cerignolana. «Abbiamo deciso di scrivere questo libro perchè avvertivamo l’esigenza di raccontare questa realtà – dice ancora Foschini -. Non possiamo far finta che qui la mafia non esista e non inquini la politica e l’economia. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose col proprio nome». Qual è la risposta che si può dare ad un nemico così feroce? Anche in quest’occasione la mente va subito al recente summit tra il Prefetto di Foggia e gli imprenditori locali, nel quale Grassi ha posto un aut aut al mondo del commercio: o dalla parte dello Stato o dalla parte della mafia. «Da questo momento in poi si gioca il futuro della Capitanata», commenta a tal proposito Foschini. Un appello, quello di Grassi, condiviso anche dal Procuratore Vaccaro: «Negli ultimi anni sono stati dispiegati tutti i mezzi possibili per contrastare la mafia. Adesso però tocca alla società civile concretizzare il passaggio culturale e comprendere che quando si combatte la criminalità organizzata non si lavora contro qualcuno ma per la nostra terra».

    ANTONIO PADELLARO: “IL GESTO DI ALMIRANTE E BERLINGUER”

    Ospite conclusivo della serata e di questa edizione della Fiera del Libro è stato un altro grande nome del giornalismo italiano. Antonio Padellaro – già firma per l’ANSA, Corriere, l’Espresso (di cui è stato vicedirettore), direttore de l’Unità e fondatore de Il Fatto Quotidiano – ha magistralmente disquisito di politica tra la ‘Prima’ e la ‘Terza Repubblica’ presentando la sua ultima fatica letteraria: “Il gesto di Almirante e Berlinguer”. Nel libro Padellaro parla dei colloqui tra il segretario del PCI e il segretario dell’MSI, acerrimi rivali politici ma sempre nel rispettosi l’uno dell’altro e pronti al dialogo anche quando l’Italia era vittima del terrorismo rosso e del terrorismo nero. «In quel periodo i due grandi nemici decisero di incontrarsi ed andare oltre ostilità che risalivano alle guerre partigiane e alla Repubblica di Salò per tutelare l’interesse nazionale», chiarisce Padellaro che prova ad attualizzare questo atteggiamento nel panorama politico attuale. «Almirante e Berlinguer erano due uomini che sapevano andare oltre gli interessi propri quando in ballo c’era quello di una nazione intera. Adesso sembra che non sia più così ma tutti ci auguriamo che questa virtù possa rientrare in politica, così come il rispetto reciproco tra le forze in campo». «Oggi sembra che tutti siano arrabbiati con la politica, ma chi ha vissuto quegli anni sa benissimo che adesso la situazione è di gran lunga migliorata – conclude -. La differenza è che la classe politica di allora era di gran lunga migliore di quella odierna e la politica stessa era vista come un punto di arrivo, il coronamento di una carriera, non il trampolino di lancio verso le proprie ambizioni».

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