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    Coronavirus. Da medico nei ghetti foggiani degli immigrati a volontario Covid al Nord

    Antonio Palieri, 64 anni, responsabile di "Casa Bakhita" della diocesi di Cerignola ora opera nelle Rsa di Genova. "Non faccio niente di speciale. È la mia scelta di vita. Pregate per me"

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    Dai ghetti degli immigrati nel Foggiano alla prima linea del Covid-19, le Rsa del Nord, dove l’epidemia sta facendo strage. È la scelta del dottor Antonio Palieri, 64 anni, gastroenterologo e dirigente medico della Asl di Foggia. Lunedì 6 aprile è stato per l’ultima volta nel ghetto diTre Titolia Cerignola a visitare i braccianti africani che vivono in casolari e baracche. Emarginati e sfruttati. Volontario tra gli immigrati, così come lo fa nei pellegrinaggi a Lourdes dell’Unitalsi. Mercoledì 8 è partito per la Liguria, medico volontario, in risposta al bando della Protezione civile. Fino all’ultimo non lo ha fatto sapere a nessuno. Discreto come sempre. “Faccio il medico, lo facevo giù e ora lo faccio qua. Lavorare qui è molto bello”, è la sua semplice spiegazione, rispondendoci al telefono dal suo nuovo “fronte”. “Non faccio niente di speciale. È nella mia scelta di vita -aggiunge -. Il lavoro di medico l’ho sempre preso come una missione. Sarei voluto andare in Africa ma poi l’Africa è arrivata nella mia terra”. Così da anni, con la Caritas diocesana di CerignolaAscoli Satriano, segue i braccianti dei ghetti assieme ad altri medici volontari. Tre volte a settimana, prima visitando in un container, dall’anno scorso a “Casa Bakhita“, la grande struttura realizzata dalla Diocesi a “Tre Titoli”, della quale è il direttore. Si occupa di patologie legate alle condizioni di vita e lavorative. “Non arrivano malati in Italia, si ammalano qui – ci aveva spiegato in uno dei nostri incontri a “Tre Titoli” –. D’inverno malattie respiratorie, d’estate muscolari e articolari. Per il lavoro piegati in due a raccogliere per dieci ore pomodori o asparagi, o a raccogliere in alto l’uva”.

    Ma quando è stato fatto il bando per medici volontari non ci ha pensato due volte. “Mi è sembrato doveroso farlo. Ne ho parlato con la mia famiglia e ho avuto la loro autorizzazione. E ne ho parlato anche col vescovo, monsignor Luigi Renna. Ho fatto il tampone prima di partire, ed era negativo. Spero che lo sia anche al ritorno…”. Anche perchè è finito proprio nel cuore dell’epidemia. Ora è a Genova, assegnato alla Asl3 e si deve occupare delle Rsa che ospitano anziani. “La situazioni negli ospedali è buona, nelle Rsa no. Sono le situazioni più preoccupanti. Le persone anziane dovevano essere cautelate prima, le strutture andavano chiuse. Perchè una volta che il virus entra fa una strage. Ora faremo i tamponi a tutti, ospiti e operatori”. Drammi e inaspettati “miracoli”. Come un signore di 107 anni che “fortunatamente sta bene”.

    E i ragazzi africani dei ghetti? Non sono rimasti soli. “Ho lasciato tutto sotto controllo. Le visite continuano come prima. Stiamo assicurando gli stessi servizi, che oggi sono ancor più necessari”. Fino ad ora non ci sono casi di contagio. “Sarebbe stato drammatico, ma per ora sta andando bene. Non credo sia una questione genetica. Forse perchè vivono molto isolati e tra di loro, con pochi contatti con l’esterno. In questo periodo ancora di più. L’agricoltura è ferma. Infatti lavorano meno, non li chiamano”. Una situazione che aggrava la condizione di emarginazione. Per questo, aggiunge non dimenticando il suo ruolo di “direttore”, “la Caritas è presente nei ghetti di Borgo Tre Titoli, Contrada Ragucci, Pozzo Terraneo, Contrada Ripalta e Borgo Tressanti. Sono circa settecento ragazzi immigrati che non sono stati abbandonati”. I volontari sono sempre i campo. Nei ghetti e “in prestito” anche su altri campi. Da dove il dottore ci lascia con una sola richiesta, la stessa che ha fatto prima di partire. “Pregate per me“.

    Antonio Maria Mira
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