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    “Il tiro da quattro”, un epico derby scudetto raccontato dal giornalista foggiano Dario Ronzulli

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    È di recente uscita un libro che negli scaffali degli amanti delle grandi storie di sport non può proprio mancare, soprattutto se quella narrata riguarda una stagione il cui leitmotiv è stato una delle rivalità più accese di sempre e culminata con un epilogo che definire thrilling è riduttivo. Il riferimento è al sentitissimo derby di basket di Bologna fra Virtus e Fortitudo, con l’epica finale scudetto 1997/98 che ha tenuto una città col fiato sospeso fino agli ultimi istanti di gara 5. A far rivivere quella clamorosa annata, entrando nei suoi aspetti più reconditi, è il libro «Il tiro da quattro-Storia di un anno irripetibile a Basket City» (Edizioni Incontropiede) del giornalista sportivo Dario Ronzulli. Foggiano di nascita e bolognese d’adozione, Dario Ronzulli è un freelance che collabora con diverse testate, fra le quali Tuttosport, L’Ultimo Uomo e Fantacalcio.it. È attualmente speaker di Radio Nettuno Bologna Uno e inoltre cofondatore del podcast Gli Elefanti, premiato come “Miglior podcast di storytelling sportivo 2020” all’Overtime Festival di Macerata. Della sua ultima fatica letteraria, e della sua poliedrica attività giornalistica sportiva, lanotiziaweb.it ne ha voluto sapere di più dal diretto interessato, che ringraziamo per la cortese disponibilità.

    Com’è nata l’idea di questo libro?

    «È nata da un duplice desiderio: il mio di cimentarmi nella scrittura di un libro e quello dell’editore di ampliare il ventaglio dell’offerta editoriale. Il basket è il mio pane quotidiano e siamo andati diretti lì. La scelta dell’argomento è stata piuttosto semplice: di quella stagione e del modo in cui Virtus e Fortitudo si affrontarono si parla ancora oggi, non solo a Bologna e non solo tra gli appassionati di basket».

    Si può dire che sia un libro adatto anche a chi non è esattamente esperto di basket?

    «Il mio intento principale è stato proprio questo. Raccontare quella storia rivolgendomi solo ad un target di appassionati e/o nerd non aveva molto senso perché avrebbe ristretto la cerchia di possibili lettori. E invece il mio obiettivo era far uscire storie e personaggi oltre i confini dei baskettari che c’erano all’epoca: ho ricevuto già parecchie reazioni positive dagli Under 25 che seguono la pallacanestro di oggi e che conoscevano la storia poco e male e non per colpe loro».

    Quanto è cambiato, da quegli anni ad oggi, il basket italiano?

    «Ventidue anni dopo il basket italiano è completamente un’altra cosa. Girano meno soldi perché ci sono meno mecenati disposti a spenderne a fondo perduto; di conseguenza è più difficile portare giocatori di valore nel nostro torneo, considerando anche che, rispetto agli anni Novanta, oggi i migliori cestisti europei giocano in NBA. Però c’è anche una mancanza di originalità, di voglia di rischiare, di osare che ha sempre caratterizzato la nostra pallacanestro sin dagli anni Settanta. L’assenza di certezze economiche ha sicuramente influito ma a mio modo di vedere non può essere un alibi. Di identico rispetto al passato c’è la difficoltà di avere spazio sui media, soprattutto in tv: se anche una sfida come quella tra la Fortitudo e la Virtus del ’98 ebbe poco spazio sulla Rai e sugli altri canali, figuriamoci quanto possa averne un duello contemporaneo con meno giocatori di grande appeal. Ma qui il basket paga colpe non sue relative al fatto che i media nostrani sono perlopiù calciocentrici, magari in misura minore rispetto ad altri Paesi».

    È un libro nel quale c’è sullo sfondo una grande protagonista: Bologna…

    «Una città storicamente allegra, gioviale, di compagnia che però passa anni tormentati dopo l’attentato alla Stazione del 2 agosto 1980. Tanti bolognesi mi hanno raccontato le loro difficoltà nel ritrovare la spensieratezza tipica di questa terra. Lo sport ha aiutato tantissimo, la rivalità Virtus-Fortitudo ha aiutato tantissimo. Questa è una città che ha un gusto estetico molto alto, anche nello sport: ritrovarsi in casa tutti quei fuoriclasse in un colpo solo è stata pura libidine. E ai Danilovic, ai Myers, ai Fucka, ai Rigaudeau nel ’97-’98 si aggiunge anche Roberto Baggio con la 10 del Bologna. Un’annata irripetibile».

    Ci narri un po’ il percorso, la vicenda professionale e umana di un giornalista di Capitanata da anni ormai trapiantato nel cuore dell’Emilia Romagna?

    «Io sono, mio malgrado, andato via da Foggia a 19 anni dopo la maturità. Ho studiato Scienze della Comunicazione a Macerata e Radiofonia a Siena, dove ho iniziato a fare il giornalista mentre la prima esperienza radiofonica è stata a Manfredonia poco più che ventenne. Poi nel 2011 mi sono trasferito a Prato per lavorare a Radio Sportiva: un periodo che non si è chiuso bene ma che non rinnego neanche un po’ perché è stato formativamente e umanamente esaltante. Sono stato un paio d’anni a TMW Radio e da un anno e mezzo circa lavoro nei media bolognesi. Qui vivo dal 2017 e non fatico a definirla “la mia città” perché mi ci trovo bene, è a misura mia, c’è tutto quello che un malato di sport come me può desiderare».

    Chiudiamo con quella passione mai sopita, nonostante la lontananza: il Foggia Calcio. Cosa ti aspetti dai ‘Satanelli’ tornati in Serie C, dopo il burrascoso inizio di stagione che ha visto l’addio di ben due allenatori (Capuano e Maiuri, ndr)?

    «Sofferenza è sempre la parola d’ordine per noi foggiani. Non posso nascondere i miei timori per una stagione iniziata tra mille dubbi, due cambi di allenatori, un mercato che forse non è ancora finito. La mia speranza è che si possa arrivare ad una salvezza senza troppi patemi e soprattutto, e sottolineo soprattutto e ribadisco soprattutto, ad una stabilità economica accettabile per la Serie C».

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