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    “La Speranza per tutti i tempi dell’umanità”, omelia per la Veglia Pasquale del vescovo Renna

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    Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Mons. Luigi Renna, vescovo della diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, nella veglia pasquale tenutasi nella Cattedrale di Cerignola.

    Carissimi fratelli e sorelle,

    questa Veglia, Madre di tutte le veglie e di tutte le liturgie che celebriamo durante l’anno, ricapitola la storia dell’umanità e le dona Speranza. Mentre scende il buio sulla Terra, abbiamo acceso un fuoco che ci ricorda che Cristo è la Luce del mondo. Quel fuoco non è, come nel mito greco, quello che Prometeo, un uomo ardimentoso, rubò agli dei e per questo fu punito, perché il Dio vero in cui noi crediamo non è geloso della sua Divinità e del Suo amore, ma dona. Lo abbiamo contemplato sulla Croce in questi giorni: quando lo guardiamo, non abbiamo dubbi perché il nostro Dio ci ama a tal punto da rinunciare alle sue prerogative divine e persino a quelle di uomo libero, così da morire come uno schiavo dei suoi tempi e dei nostri tempi, senza che gli venga riconosciuta dignità. Egli è venuto a portare il fuoco sulla Terra (cf Lc 12,49). E ad esso è aggrappata la nostra storia, anche quella di quest’anno: per questo ho pronunciato delle parole, quando ho benedetto il cero, che sono la chiave di tutto: “Cristo ieri ed oggi, Principio e Fine, Alfa e Omega, a Lui appartengono il tempo e i secoli…”. Appartiene a Cristo pure questo anno della pandemia? Appartiene pure questo tempo in cui ci sono guerre, lutti, in cui c’è la nostra vita personale con le sue gioie e le sue ansie? Certo! Da quando è salito sulla Croce, tutto gli appartiene, nulla Egli rifiuta dell’umanità e la illumina con la Luce del Suo Amore. Dio non cambia la storia degli uomini con un nuovo diluvio perché ha rispetto della nostra libertà; vuole cambiare i cuori ed è ostinatamente proteso a bussare alle porte di ogni coscienza. A quel Cero pasquale abbiamo acceso le nostre luci, cioè le nostre vite. Chiediamoci: è Cristo la luce della mia vita? O voglio rimanere al buio? Preferisco lumicini che appena servono a farmi strada su cose effimere e da niente? È Lui che “illumina d’immenso” il cuore della mia esistenza? La luce di Cristo è data per illuminare i nostri passi, come dice la Scrittura: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino!” (Sal 118,105). Dopo il canto dell’Exultet, abbiamo ascoltato la Parola di Dio che ci ha fatto guardare, con occhi di fede, alla nostra umanità e alla sua storia.

    Abbiamo ascoltato il racconto della creazione (Gen 1,1-2,2), per ricordarci di aver ricevuto in dono il creato, una casa comune che Dio ci ha affidato e che attende che noi la custodiamo e la coinvolgiamo nel nostro cammino di salvezza. Chi inquina i corsi d’acqua e le campagne, deturpa i paesaggi, distrugge le foreste, esaurisce le risorse della terra, mette in atto gesti di morte. Noi portiamo, invece, la speranza per una nuova umanità: custodire, preservare, coltivare, difendere la terra e i suoi abitanti più poveri. Abbiamo ascoltato il racconto del sacrificio di Isacco (Gen 22,1-18), che è come l’aurora di un nuovo modo di credere in Dio, fidandosi di Lui, perché il Dio di Abramo non chiede di sacrificare l’umano, ma di salvarlo e di redimerlo; ci chiede una fede che si abbandoni in Lui e che si lascia guidare. Non ci chiede sacrifici e offerte da bruciare sugli altari, ma un cuore puro, fede e misericordia. E poi è stata proclamata la stupenda pagina della notte in cui il Signore fece passare il popolo di Israele attraverso il mar Rosso, e travolse cavallo e cavaliere del Faraone (Es 14,15-15,1). Abbiamo cantato il cantico pasquale di coloro che hanno sperimentato che Dio libera gli oppressi, rovescia i potenti dai loro troni e li travolge via con i loro disegni di violenza. È la speranza per i popoli oppressi di tutti i tempi perché nel nome del Signore vengono liberati: Dio è dalla parte di tutti coloro che fuggono in cerca di una vita dignitosa. Infine, come uno spartiacque tra l’Antico e il Nuovo Testamento, abbiamo ascoltato: “Vi darò un cuore nuovo”, la profezia di Ezechiele (Ez 36,16-17a.18-28). A noi, che spesso dimentichiamo la nostra umanità, il Signore promette di toglierci il cuore di pietra, indurito da quella schiavitù che si chiama “peccato”, insensibile e pavido, timoroso di testimoniare il bene, e ci dona un cuore di carne, quello che ha sempre voluto per l’umanità. Pensate al cuore indurito della malavita, dei mafiosi, dei venditori di morte: se il Signore cambiasse il loro cuore, allora cambierebbe la direzione della storia, allora sarebbero risolti tutti i problemi dell’umanità. Anche in ciascuno di noi avverrebbe un miracolo: se il nostro cuore fosse più tenero, più misericordioso, più capace di relazioni sincere!

    Poi abbiamo cantato il Gloria, e le campane hanno ripreso a suonare dopo il silenzio tombale di due giorni: è segno che è iniziato il tempo della speranza per noi uomini, amati dal Signore! È iniziata una storia che ci riguarda, quella di Cristo che è Risorto. Il racconto dell’evangelista Marco è così scarno, ma per dirci che quella risurrezione è una storia di speranza che ci riguarda da vicino, abbiamo ascoltato un brano di san Paolo che ci ha illustrato il senso del battesimo (Rm 6,3-11). Cosa è questo sacramento che abbiamo ricevuto da bambini, che abbiamo confermato nella cresima, e che costituisce la base di tutto quello che noi siamo? Cosa è questo battesimo nel quale ci è stata consegnata una veste bianca con l’impegno a portarla immacolata per presentarci davanti a Dio? Ha detto san Paolo che il battesimo è immersione nella sua morte, per camminare in una vita nuova. Camminare come uomini e donne che giorno dopo giorno vivono di fede e di carità e portano la speranza. C’è un parallelismo che san Paolo usa: come Cristo fu risuscitato dai morti, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Essere risorti non significa essere intorpiditi, pigri, distanti dai problemi dell’umanità, ma persone che camminano per le strade polverose dell’umanità. E, infatti, cosa dice l’angelo che appare alle donne nel sepolcro vuoto? “Ma andate, egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto!” (Mc 16,7). Vede Cristo chi va in Galilea, cioè chi, come egli ha fatto, vive da discepolo suo, amando come Egli ha amato. Galilea è luogo dell’incontro con Cristo, non nel sepolcro, neppure a Gerusalemme, ma nel luogo dove ciascuno di noi vive ed opera, lungo “la strada” della propria vita. È vero, il cristianesimo è una fede particolare: la comprendi non tanto quando la studi, ma quando la vivi, quando vivi il perdono, la condivisione, la cura del creato, quando vivi da buon samaritano, con un cuore nuovo, da risorto. E, allora, in quest’anno 2021, noi non siamo diventati peggiori e non diventeremo tali, se abbiamo camminato e stiamo camminando sotto la Luce di Cristo, così come quella cifra è fissa sotto la luce del Cero pasquale nello scorrere dei giorni. Camminiamo in una vita nuova, camminiamo da risorti. Chiediamo la grazia di vivere così.

    Tu che risorgi, rimuovi i chiodi

    che mi tengono fisso a una vita stantia e moribonda (…).

    Tu che risorgi, tu guardiano instancabile

    che fora la mia notte con la luce,

    tu sei risveglio che si oppone al sopore,

    lievito del mio pane, feritoia nel mio cuore

    di pietra, sei colui che viene e che mi afferra

    per la danza (Marion Muller-Colard)

    † Luigi Renna

    Vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano