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    “Terre di talenti”, convegno conclusivo con la testimonianza dell’attore Salvatore Striano

    Il progetto, di ampio respiro e vincitore di un bando regionale, ha coinvolto gli Istituti “Don Giovanni Bosco-Cesare Battisti” ed “Augusto Righi” di Cerignola

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    Si è svolto nella serata di venerdì 30 settembre, nella cornice di Palazzo Coccia a Cerignola, l’incontro conclusivo del progetto Terre di talenti. Si tratta di un ricco percorso grazie al quale l’Associazione Volontari Emmanuel (AVE) di Cerignola ha vinto il bando regionale “Bellezza e legalità per una Puglia libera dalle mafie”, che ha fatto tappa a Villa San Luigi, bene confiscato alla criminalità organizzata, e che ha coinvolto due realtà scolastiche della città: l’IC “Don Bosco-Battisti” e l’IISS “Augusto Righi”. Durante l’evento sono stati esposti i frutti delle attività realizzate nel corso del progetto, che ha avuto la durata di 18 mesi. Alla serata, moderata dalla giornalista Rita Oratore, hanno partecipato l’Assessora ai Servizi Sociali del Comune di Cerignola, Maria Dibisceglia, la dirigente scolastica dell’IISS “Righi”, Maria Rosaria Albanese, la dirigente-reggente dell’IC “Don Bosco-Battisti”, Giuliana Colucci, e la referente dell’Associazione AVE, Daniela Diliddo. L’ospite speciale dell’incontro, il cui percorso è testimonianza viva di come mettersi sulla retta via possa far sentire una vocazione e cambiare la propria esistenza, è l’attore Salvatore Striano.

    Nato a Napoli nel 1972, la sua infanzia è stata vissuta perlopiù per le vie dei Quartieri Spagnoli. Dopo il terremoto in Campania del 1980, che ha causato anche la chiusura delle scuole, finisce per prendere la cosiddetta cattiva strada. Da lì un’escalation che lo porta a far parte delle ‘Teste matte’, un gruppo di ragazzi che voleva combattere la violenza della camorra con altra violenza, per poi conoscere il carcere minorile, vivere da latitante in Spagna e tornare detenuto prima a Madrid e successivamente a Rebibbia. Ma è proprio in carcere che è avviene l’impensabile. In biblioteca scopre, restandone colpito, diversi classici della letteratura. Dopodiché, grazie all’insistente invito di un compagno di cella, inizia ad appassionarsi al teatro fino a recitare. L’autore che lo affascina maggiormente è William Shakespeare, la cui influenza è evidente nel libro che lo stesso Striano ha pubblicato nel 2016: La tempesta di Sasà (Chiarelettere). Le sue prove attoriali durante la detenzione riscuotono un grande consenso da parte del pubblico e persino della critica. Striano esce dal carcere, dopo avervi trascorso circa dieci anni, come un uomo nuovo, consapevole di possedere un talento che aspettava solo di essere messo nelle condizioni di sbocciare. Da quel momento inizia per lui un percorso di vita ricco di successi, che nulla ha a che fare col precedente. Nel 2008 esordisce al cinema grazie al regista Matteo Garrone, che lo scrittura per il film Gomorra, tratto dal bestseller di Roberto Saviano. Nel 2012 recita in “Cesare non deve morire” dei fratelli Taviani. Fra cinema, teatro e televisione ha preso parte a circa quaranta lavori, divenendo ormai un volto popolare e un esempio (gli piace definirsi «artista socialmente utile») di come intraprendere la via del bene possa salvare, in tutti i sensi, la vita.

    «Il titolo del libro che ho scritto ha origine da “La tempesta” di Shakespeare, che ho studiato quando ero in carcere – racconta Striano a lanotiziaweb.it -. Ho avuto la fortuna di essere scritturato anche fuori, di rappresentarla due volte. È stato uno spartiacque per me, mi ha aiutato a liberarmi dalle catene e dalla camorra». L’artista definisce Shakespeare il suo personale San Gennaro: «Mi ha fatto vedere tutti i personaggi che vivono nella mia città e nel Sud Italia, i vari ‘Amleto’ e i vari ‘Macbeth’. Mi ha insegnato che per vivere serenamente dovevo stare lontano dalle tragedie, a meno che non si trattasse di una tragedia da recitare a teatro». Con questo libro Striano si rivolge ai ragazzi, ma anche ai genitori: «Credo che debbano essere una guida costante per i figli. Quando i ragazzi vengono lasciati soli sono disorientati, fragili e a volte possono prendere iniziative che li portano su una strada sbagliata. Per rientrare in carreggiata bisogna passare per le sofferenze del carcere. Sappiamo purtroppo quanto al Sud possa essere facile sbagliare strada». Da qui giunge un messaggio forte e chiaro a quei ragazzi che sono a serio rischio di finirci su quelle strade sbagliate: «Dico loro di non farsi ammaliare dal denaro facile, dalla malavita, perché i malavitosi sono tutti degli sfigati. Fanno una vita da schifo: tutto quello che hanno non lo possono dichiarare, non sono liberi di uscire a mangiarsi un gelato con i propri figli, hanno le case più belle della città ma devono vivere chiusi nei cunicoli. Questa non è vita. Invece, se si fanno dei sacrifici – conclude Striano – e si prende lo studio come qualcosa di importante, si può tirare fuori il talento, conquistare quello che si vuole ed essere padroni di quelle conquiste. Mentre la malavita, al contrario, non conquista mai niente».

    Durante la serata, l’artista parla a cuore aperto, non nascondendo la commozione al ricordo dei passaggi più drammatici della sua esistenza. Al suo giovane e attento uditorio afferma di essere stato un miracolato: «Dopo sono stato bravo a rispettare quel miracolo e a lavorare su di me. Ma tanti ragazzi che all’epoca fecero la mia stessa scelta sbagliata hanno fatto una brutta fine. Sono stato aiutato anche dai tanti libri letti in carcere. Nei libri c’è il dono della vita, quello che la strada invece ci nasconde». La strada è molto pericolosa, se la si pratica quando non si hanno ancora tutti gli strumenti per difendersi. Ed è qui che, in conclusione, Striano pone l’accento sul ruolo basilare che assume la scuola: «Anche la più fatiscente delle scuole è meglio della strada e anche il peggiore degli insegnanti è molto meglio di chi vuole rendervi schiavi, usarvi per fare cose non belle, per fare del male agli altri».

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