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    C’è un’altra Italia oltre Sanremo…quella dell’Orso d’oro ai Fratelli Taviani

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    Nel giorno della vittoria a Sanremo di Emma (che ripropone il tema della democrazia nell’arte, visto che fino a quando sarà il televoto a decidere, è normale che vinceranno sempre ‘sti mostri da reality show’ cresciuti e pasciuti a colpi di voti telefonici, e poi magari finisce per vincere Sanremo giovani, invece che la bravissima pugliese Erica Mou, una specie di Bambi con i capelli progettati da Renzo Piano) c’è una vittoria che magari rischia di passare in secondo piano: quella dell’Orso d’oro al Festival di Berlino dei fratelli Taviani con “Cesare non deve morire”. Una vittoria importantissima che arriva per l’Italia a ventuno anni di distanza da quella nel 1991 di Marco Ferreri con La casa del sorriso. Se ci fosse stato il televoto (e magari che a Berlino il Festival si fosse svolto a Sanremo…) sarebbe stato difficile per Paolo e Vittorio Taviani portare a casa l’Orso d’oro della 62ma edizione del Festival berlinese. Festival dovrebbe essere sinonimo di qualità, di esperti che giudicano dei prodotti che si mettono in gioco e decidono di farsi valutare da addetti ai lavori: che senso ha, allora, fare un “Festival della Canzone italiana” con il format di X Factor? Il verdetto è già scritto (togli la parentesi di Vecchioni che rientra nel campo «eccezione che conferma la regola»). Visto che in Italia sta formula piace tanto, propongo al direttore del Festival di Venezia di adottarla per la prossima edizione, rischierà seriamente di vincere Ezio Greggio, ma sai che audience per il Leone d’oro…?

    I Fratelli Taviani hanno vinto, invece, con un film decisamente “difficile” che (come al solito) non strizza l’occhio al botteghino. Già premiati due volte a Cannes con la Palma d’oro nel 1977 per Padre Padrone e il Grand Prix nel 1982 per (il bellissimo) La notte di San Lorenzo, i due cineasti stupiscono questa volta con un film girato in sei mesi all’interno del carcere di Rebibbia, nella sezione “Fine pena mai”. Una docufiction che segue le prove e la messa in scena finale dei detenuti del Giulio Cesare di Shakespeare, ma che segue anche le loro vite nelle celle. Particolarità, ogni detenuto recita nel proprio dialetto. Quest’anno, però, Berlino ha visto trionfare anche un altro italiano, Daniele Vicari con il suo “Diaz, Non pulire questo sangue“, che ha vinto il premio del pubblico. Il film è il racconto di quanto accaduto nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, una della pagina più nere della democrazia italiana, una sospensione in piena regola dello stato di diritto.

    Che bella questa Italia che vince all’estero, ma che trova spazio soltanto in fondo alle edizioni online dei quotidiani o a fondo pagina sotto una mega foto della farfallina di Belen o delle lacrime formato plastica di Emma (che va però sottolineato: è uno dei personaggi migliori usciti da quel mare oscuro dei reality di Maria De Filippi). Che bella questa Italia che per una volta dai tedeschi non subisce rimproveri sull’economia, ma viene premiata per la sua arte; che bella l’arte fatta da chi la sa fare (e sono rimasti pochini in giro a saperla fare). Da noi, un invito a tutti, quando questi film saranno al Cinema, a non lasciarseli sfuggire, perché a volte il cervello ha bisogno di essere messo in moto e tenuto acceso per un po’; perché altrimenti si rischia di passare vent’anni della propria esistenza tra tette e culi: all’inizio può essere divertente, ma poi cominciano a stancarti anche quelli e ti rendi conto di essere diventato vecchio e senza voglie…proprio come l’Italia di oggi….

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