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    Manganelli, un duro che sapeva sorridere

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    Antonio Manganelli, il capo della Polizia che arrestò negli anni Novanta con Falcone i boss Santapaola e Vernengo, non ce l’ha fatta. Aveva 62 anni. Ha lottato fino alla fine. Ma quando ormai stava per guarire dopo essersi ripreso dall’ictus che l’aveva colpito due settimane fa, è stato stroncato da un’infezione ospedaliera, contratta nella rianimazione dell’ospedale romano San Giovanni. Dopo l’emorragia cerebrale aveva ripreso conoscenza, pur senza parlare, riusciva a comunicare scrivendo brevi messaggi su fogliettini. Poi, all’improvviso, il batterio. Ieri le sue condizioni sono peggiorate al punto che i familiari hanno chiesto al cappellano dell’ospedale di impartirgli l’estrema unzione.

    Lo ricorderanno tutti come il “poliziotto” dal volto umano, duro, energico, ma che sapeva sorridere. Un esempio dietro l’altro per i suoi uomini, sul lavoro, e anche nella malattia. E sapeva chiedere scusa quando la polizia sbagliava. Un gesto molto forte, questo, ma lui ha saputo farlo, ha avuto il coraggio di farlo molte volte, durante il suo mandato. S’è scusato per il tifoso ucciso da un agente della stradale, per un giovane massacrato di botte in un commissariato, per un bambino strappato con troppa violenza alla madre, per un episodio di eccesso di violenza allo stadio. Ma lo ha fatto soprattutto per i fatti del G8 di Genova, in particolare per le violenze alla Diaz che dal 2001, da quando era allora il vice di De Gennaro, hanno investito di polemiche la Polizia italiana. Dopo la laurea in Giurisprudenza all’università degli studi di Napoli, si era specializzato in criminologia Clinica presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università di Modena. Fu direttore del Servizio centrale di protezione dei collaboratori di giustizia e successivamente fu nominato prima questore di Palermo e poi di Napoli.

    Ricorda la carriera, “un grande esempio di come si debba interpretare con stile, dignità ed eleganza il ruolo delle istituzioni”, uno dei suoi “maestri”, Achille Serra. “Antonio era per me un fratello minore, ho avuto l’onore averlo al mio fianco quando dirigevo lo Sco nel 1991 e nel 1992. Con lui, sotto la direzione anche di Falcone, e poi di Borsellino, abbiamo fatto operazioni straordinarie. Manganelli ha arrestato Santapaola, il boss palermitano Vernengo, poi Madonia. Diresse le operazioni a Caltanissetta che portarono in una sola notte a 400 arresti, la famosa operazione “leopardo”. Falcone lo stimava a tal punto che si recava nel suo ufficio a interrogare boss e pentiti. Lo voglio ricordare per la capacità di avere sempre serenità nelle decisioni”. “Un mese fa – ricorda ancora Serra – quando ormai la malattia lo stava minando, una domenica venne a pranzo a casa mia con la moglie. Ma alle 15 si alzò e mi disse, “Achille, devo andare in ufficio a ultimare alcune cose”. Capii allora quanto fosse un fedele uomo delle istituzioni: sapendo da due anni di esser malato gravemente, al primo posto delle sue preoccupazioni c’erano la famiglia e il lavoro”. È stato uno che la lottato fino alla fine. Ha lottato contro la mafia quando è stato collaboratore di Falcone e Borsellino. Poi contro un nemico che lo ha colpito all’interno del suo corpo e che si chiama cancro. Non ha mai mollato neanche quando è stato, due anni fa, un’intera estate in America a sottoporsi alla chemioterapia. In quel periodo di malattia, la campionessa olimpica di tiro a volo, la poliziotta Jessica Rossi, gli dedicò la medaglia d’oro di Londra 2012.

    Ogni giorno si collegava in videoconferenza col Viminale per partecipare alle decisioni in quel momento assunte dal vicario Nicola Izzo. Tornato guarito dall’America, ha dovuto lottare per far fronte allo scandalo del “corvo” del Viminale che ha svelato inquietanti retroscena di corruzione che riguardavano proprio il suo vicario. Lo ha fatto nel momento in cui si trovavano a Roma 150 capi di polizia del mondo per un meeting da lui voluto della Interpol. Severo, ma sempre col sorriso, ha goduto della fiducia di tutti i governi degli ultimi anni: quello Prodi che lo ha nominato, quello Berlusconi che lo ha confermato (l’ex ministro Maroni, mentre era malato, gli ha dedicato la vittoria in Lombardia). E, infine, quello tecnico di Monti. “Manganelli – è il ricordo del ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri – é stato prima un valente investigatore, poi un lungimirante, appassionato, generoso ed efficiente capo della Polizia. Queste sue doti hanno fatto di lui un leader ed é per questo che oggi dai suoi più stretti collaboratori fino all’ultimo agente tutti lo piangano con immenso dolore. Era un numero uno”. (tratto da repubblica.it)

    2 COMMENTS

    1. Un grazie a questo SIGNORE per aver dedicato seriamente e professionalmente la sua vita al prossimo.
      Che il Dio lo benedica.

    2. Onore e riconoscenza a un vero servitore dello Stato Italiano. Posso garantire sulla sua pulizia morale, e sulla sua immunità da ombre.Sentite condoglianze alla famiglia.

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