E’ positivo il via libera del Senato al DdL contro la piaga del caporalato, ma ora occorre anche intervenire per rompere la catena dello sfruttamento che inizia dal sottopagare i prodotti agricoli pochi centesimi. Ad affermarlo è la Coldiretti in occasione dell’approvazione a Palazzo Madama del disegno di legge per il contrasto al lavoro nero che dovrà ora passare al vaglio della Camera.

“Abbiamo sollecitato a livello regionale l’impegno per il rinnovo dei contratti di lavoro – aggiunge Gianni Cantele, Presidente di Coldiretti Puglia – che è strumento sostanziale per riconoscere dignità ai lavoratori, ma anche per garantire l’etica delle imprese a tutela della concorrenza sui mercati, nell’ennesima stagione drammatica per i prezzi dei prodotti agricoli alla produzione. Oggi abbiamo un luogo, presso la Presidenza della Regione Puglia, dove, declinando l’intesa siglata a livello nazionale sul territorio pugliese con un protocollo stringente, sta lavorando un tavolo tecnico sulle singole voci sanità, trasporti, acqua, sicurezza, contratti di lavoro. Occorre combattere senza tregua il becero sfruttamento che colpisce spesso la componente più debole dei lavoratori agricoli, con pene severe e rigorosi controlli, ma serve una grande azione di responsabilizzazione di tutta filiera, dal campo alla tavola, per garantire che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali, ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una equa distribuzione del valore che non è possibile se le arance nei campi sono sottopagate a 7 centesimi al chilo e i pomodori poco di più”.

“L’introduzione del principio di corresponsabilità dal campo allo scaffale – aggiunge il Direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – è una importante novità positiva nella lotta al caporalato che si alimenta dalle distorsioni lungo la filiera, dalle distribuzione all’industria per arrivare a sottopagare i prodotti nelle campagne. Non va certamente più rinviata l’operazione di trasparenza e di emersione, mettendo a punto un patto di emancipazione dell’intero settore agricolo in grado di distinguere chi oggi opera in condizioni di sfruttamento e di illegalità da chi produce in condizioni di legalità come dimostrano i 322mila immigrati, provenienti da ben 169 diverse nazioni, assunti regolarmente in agricoltura